Chiacchierando di rugby con Daniele Piervincenzi…

@valerioamodeo

Qual è la situazione del rugby italiano dopo il mondiale?

Ci vorrebbe del tempo per rispondere in maniera approfondita. In maniera superficiale posso dirti che siamo sempre meno convinti dell’ efficacia del lavoro delle accademie, basandosi sui risultati ottenuti fin’ora. Evidentemente c’è qualcosa che ci sfugge ma che, soprattutto, sfugge alla federazione. Questo meccanismo di formazione in un’eta sensibile, dai 17 ai 19 anni, non permette ai ragazzi di diventare atleti e soprattutto uomini di livello superiore. Anche perchè, come ci ha insegnato l’ultimo mondiale, questo è uno sport in cui la componente psicologica conta al 60%. Credo che il gap trae noi e gli altri sia proprio nella formazione psicologica dei ragazzi rispetto alla parte di preparazione atletica o tecnica.

 

Il problema della formazione dei giocatori, alla fine, è sempre al centro del discorso

Questo è ciò che ci interessa di più, considerando che questo è il futuro del nostro sport e i campanelli d’allarme sono le dichiarazioni del presidente Gavazzi che che ci dicono che dobbiamo andare a prendere due sud africani in età giovane da equiparare per farli giocare in nazionale. Così facendo dimostra di non credere nel progetto accademie e cerca di correre ai ripari. Tra l’altro i sud africani detestano la razzia dei propri giocatori. Anche perchè questa modalità di equiparare giocatori stranieri va un po’ in controtendenza con lo spirito del nostro sport.

Inoltre, noi abbiamo un’anima latina che dovrebbe uscire fuori, prendendo esempio dall’ Argentina, con cui abbiamo diverse affinità e magari imparare da queste scuole di pensiero, da chi è più vicino a noi culturalmente e umanamente, invece di cercare metodi e stili che non ci appartengono. Facendo questa cosa con coraggio, prendendo qualche rischio, anche prendendo una batosta in più, tanto non mi sembra che vinciamo tutte le partite.

 

Cosa, invece possono fare le società per migliorare la situazione se le accademie non danno risultati I club possono essere una soluzione alla mancanza di risultati delle accademie?

 

Per prima cosa voglio dire che la soluzione non è resettare tutto ed eliminare le accademie, considerando soldi e energie spese. Cancellarle sarebbe un danno ancora più grande. E’ vero che dobbiamo ritornare a parlare di club. Questi ragazzi devono avere l’attaccamento alla maglia e la voglia di primeggiare tra i propri amici. Se poi le accademie possono aiutarlo a migliorare maggiormente le proprie competenze e le proprie capacità e lo spirito combattivo bene, ma se noi deleghiamo completamente la formazione di un ragazzo, svalutiamo il club e svalutiamo il ragazzo.

I club sono le realtà più belle dello sport italiano, perchè sono nati spontaneamente e hanno lottato per anni senza alcun finanziamento, su campi di fango, cercando di esistere.

Poi, quando è arrivato il momento di raccogliere la dignità che gli spettava con l’ingresso dell’Italia nel sei nazioni, con la federazione che si era arricchita, con l’arrivo di grandi sponsor, sono stati abbandonati. Questo è il tradimento più brutto ricevuto dal nostro movimento. I club sono soli. I risultati li vediamo in tutte le categorie con la fatica che si fa per arrivare a fine stagione o anche solo a organizzare una trasferta, per non parlare delle coperture assicurative.

 

E l’Eccellenza invece?

L’eccellenza invece è un altro campanello d’allarme. Sempre più giovane e sempre meno competitiva, con i presidenti che spendono soldi come mecenati. Prendiamo ad esempio quello che sta succedendo a Rovigo, con Zambelli che spende da anni quasi mezzo milione di euro a stagione senza avere nessun ritorno, sebbene sia una società del massimo campionato e una piazza importante come Rovigo. Quindi ritorno di immagine nessuno e valorizzazione del prodotto da parte della FIR, che è la titolare del prodotto, pari a zero. Tutto gira esclusivamente intorno alla nazionale. E’ un bene? Forse si, ma è un marketing dopato. Noi vendiamo il vertice di questo sport in cui arranchiamo sempre di più quando sotto non abbiamo costruito niente. Campiamo ancora di rendita del lavoro di pochi illuminati, pochi appassionati che ci hanno messo l’anima quando il professionismo in questo sport era ancora un miraggio

 

La presenza di tanti giovani, però può avere aspetti positivi?

E’ giusto che i nostri giovani abbiano la possibilità di esprimersi in Eccellenza. Mancano, però, giocatori esperti che conoscano la categoria, che insegnino e facciano da traino ai più giovani.

E riguardo il Pro 12?

La celtic league doveva essere il fiore all’occhiello del nostro movimento. Ho fatto più di 160 telecronache dal primo anno a oggi e, a parte un paio di stagioni, è sempre stata una grande sofferenza: di risultati, di figure, di gap che restano sempre incolmabili, di mancanza di seguito. Non è stata un’esperienza felice e non è stato un beneficio per la nazionale. I giocatori sono arrivati spesso stanchi, a volte avviliti da stagioni piene di sconfitte e molti di loro hanno dato il meglio poi all’estero ed è un po’ un paradosso.

 

 

Per concludere il discorso sulla formazione: non credi ci sia bisogno di investire sulla formazione dei tecnici, soprattutto nel minirugby in cui la formazione è spesso lasciata a semplici appassionati

Non credo di avere la competenza per rispondere al quesito. Però, se diamo uno sguardo all’estero e vediamo cosa hanno fatto alcune realtà emergenti, ci rendiamo conto che hanno preso i migliori tecnici al mondo e li hanno portati in giro per i vari campi della nazione. In questo modo gli allenatori locali hanno potuto confrontarsi con dei grandi professionisti, prendendo tecniche e informazioni da chi fa questo mestiere da tempo ad altissimi livelli. I nostri tecnici sono molto appassionati e ci mettono l’anima e sono anche vogliosi di imparare. Per assurdo il nostro rugby verticistico lo demandiamo a tecnici stranieri ma poi non ci confrontiamo con le diverse realtà tecniche nelle altre categorie,anche solo per sapere come stiamo lavorando e magari scoprire che la nostra è la strada migliore. Anche perchè è vero che ci sono dei corsi di aggiornamento, ma un primo livello che non decide di crescere può comunque allenare trent’anni senza migliorare le proprie competenze

 

Parliamo di sei nazioni: cosa ti aspetti dalla nostra nazionale? Non tanto da un punto di vista dei risultati, ma sulla scelta del gruppo, sull’ambiente

Non so precisametne cosa aspettarmi. Mi auguro che Brunel inizi un nuovo corso, considerando anche che è alla fine del contratto, così da lasciare al suo successore una serie di informazioni e comunque un gruppo allargato con cui lavorare. Quindi non ragionare solo sui soliti 24, ma avere il coraggio di allargare un po’ il gruppo. Spero poi di vedere un’ Italia rinfrescata nello spirito, perchè il mondiale ha lasciato qualche ombra anche sul rapporto tra i giocatori e il tecnico. Poi, storicamente, dopo il mondiale il sei nazioni è un po’ un test per tutte le nazionali. Sarà un torneo atipico con l’ Irlanda, la Francia, ma soprattutto l’Inghilterra che dopo la delusione mondiale dovranno vincere convincendo.

 

Da Dmax cosa ci dobbiamo aspettare per il Sei Nazioni 2016?

Ci saranno sicuramente delle novità. L’idea è di coinvolgere maggiormente il pubblico e la cosiddetta piazza. Vogliamo avvicinarci sempre di più al tifoso che va allo stadio, che sia un appassionato o una famiglia. Perchè fare un programma che sia esclusivamente tecnico è appagante per noi appassionati ma non racconta fedelmente quello che davvero succede. Quindi avvicinarci il più possibile allo spirito del torneo, allo stadio, al campo e ai tifosi. Per fare questo ci saranno anche delle novità tecniche, in studio e fuori.

 

Hai parlato del pubblico del sei nazioni. La nazionale e Dmax avvicinano molte persone al rugby durante il torneo. La maggior parte, però, è legata esclusivamente alla manifestazione. Cosa si dovrebbe fare per mantenere e fidelizzare il pubblico per tutto l’anno?

Questo è quello che abbiamo seminato. Noi abbiamo due mesi di grande rugby che viviamo con la passione che merita il torneo, dopo di questo dobbiamo rimboccarci le maniche come stiamo facendo (con la trasmissione “Mi scusi sua Eccellenza” che presentiamo insieme n.d.a). Se non cominciamo a costruire qualcosa di sano e divertente e coinvolgente è difficile che i grandi network o i giornali o in generale il sistema di informazione si accorga di una squadra poco vincente senza poi alcun coinvolgimento dal basso.

 

Pensi che la federazione debba fare di più o qualcsa di diverso sulla comunicazione?

Per certi versi la federazione ha lavorato molto bene sulla comunicazione. Per lo meno per quanto mi riguarda e per quanto concerne il sei nazioni. La collaborazione è stretta e di qualità e questo fa molto piacere perchè riusciamo a lavorare in maniera sempre più approfondita. Per quanto riguarda il resto, considerando che la coperta è corta, è difficile immaginare che possa dare la stessa attenzione anche a quello che c’è sotto. Credo, che invece di dover aspettare sempre l’iniziativa della Fir, dobbiamo essere noi operatori d’informazione e appassionati a dare sempre maggiore visibilità al rugby

 

Noi ci stiamo provando, con la trasmissione “Mi scusi sua Eccellenza”

Il programma che stiamo facendo è proprio questo: un programma aperto. Parla di Eccellenza perchè è un campionato che merita visibilità anche se non gli viene data. Un problema che colpisce tanti appassionati è che non riescono a vedere questo campionato se non una partita a settimana e non sempre in diretta. E non è ovviamente sufficiente, ci vuole un investimento e uno sforzo maggiore. Considerando, poi, che la serie A è invisibile.L’ambizione è di coinvolgere tutti e avvicinare le piazze a questo sport.

 

Non credi che le società debbano prendere una qualche posizione per migliorare la loro visibilità e non relegarla alle realtà locali?

Perchè scaricare la responsabilità alle società? Le società (di Eccellenza n.d.a) fanno un miracolo per partecipare al campionatoe provo un rispetto infinto per queste realtà. Perchè se andiamo ad analizzare i numeri non c’è davvero il minimo ritorno. I ragazzi stessi lo fanno per puro spirito professionale, anche perchè questo è uno sport a cui devi dedicare tanto e parallelamente devi studiare, laurearti, trovare lavoro. Quanti sacrifici si devono fare per giocare a rugby e in particolare in Eccellenza? Almeno nella maggior parte dei casi.

 

Questo si avvicna al discorso del presidente del Rovigo, Zambelli, che auspica un ritorno al semiprofessionismo puro. In questo modo non si rischia di abbassare ulteriormente il livello di gioco?

Molto probabilmente, ma si tratta di una provocazione da parte di una persona che ha investito tanto in questi anni in questo sport e che ha notato che, nonostante i soldi spesi, il campionato si sta comunque impoverendo e l’attenzione è spostata sempre verso le serie superiori, con i giocatori che vengono poi contattati e messi sotto contratto durante la stagione in corso da Zebre e Treviso.

 

L’ anno prossimo ci saranno le elezioni federali. Non si sa ancora se ci sarà una ricandidatura di Alfredo Gavazzi e quali saranno altri eventuali candidati. Cosa ti aspetti?

Mi aspetto davvero poco. Già il fatto ceh non ci sia nessun candidato, nessun uomo o donna di rugby che si propone alle società italiane con un programma fa pensare. Gavazzi è convinto del suo operato, è possibile una sua candidatura, ma se dovesse esserci solo lui sarebbe sconcertante come idea, come mancanza di alternativa.

 

Per il dopo Brunel cosa ti aspetti: hai un’idea, un allenatore preferito?

Mi aspetto qualcuno che faccia un lavoro simile a quello che ha fatto Jones in Giappone anche se lui è stato aiutato dalle conoscenze del Paese, viste le sue origini. Mi piacerebbe vedere qualcuno che abbia voglia di intraprendere un percorso e che conosca il lato latino del nostro gioco

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