Ho placcato tanto, sono andato a sbattere contro muri difensivi duri come la roccia, ho preso tantissime botte, ma mi sono sempre rialzato. Poi, un pomeriggio di tanti anni addietro, è arrivato un piccolo bambino che mi ha messo letteralmente ko, nel senso buono del termine. Ma andiamo con ordine.

«Marzio, per cortesia mi avvertiresti se in segreteria chiama Alessandra? Sai, siamo agli sgoccioli della gravidanza e non si sa mai».

Questa era la frase tipica che contraddistingueva tutti i miei arrivi ad allenamento, in quel bellissimo periodo. La mia ansia iniziò a salire nel ritiro di quella stagione sportiva: era agosto e noi, al solito, eravamo rintanati in una malga sperduta nei boschi, di proprietà del nostro allenatore di allora. Prima casa abitata, con telefono: 3 km di passeggiata (normalmente di mattina, a turno, uno di noi se li faceva di corsa per andare a sentire il signor Gustavo, che raccoglieva i messaggi telefonici di fidanzate, mogli e simili). In questo contesto ci allenavamo due/tre/quattro volte al giorno – in realtà si iniziava al mattino e, tra una cosa e l’altra, si finiva la sera al calar del sole – alternavamo simpatiche corse in salita, ad allenamenti mirati in un prato a detta dell’allenatore “perfetto per il rugby” (era palesemente ripido da un lato e pieno di buche, ma nessuno osò mai dire qualcosa in merito). I primi giorni passarono tranquilli, tanti allenamenti, poche pause per rilassarsi, ma nessuna avvisaglia del parto imminente da parte di Alessandra, che quotidianamente telefonava al signor Gustavo, per tranquillizzarmi (e tranquillizzarlo) sulla sua condizione. Una mattina, però, al risveglio trovammo Gustavo, tutto ansimante – non era solito spostarsi da casa sua, aveva un’età indefinita tra i 70 e i 130 anni, portati tuttavia splendidamente – che si sbracciava. Una volta calmato, dopo pochi minuti, riuscì solo a dire Alessandra e io, udite quelle parole, mi misi a correre, per arrivare il prima possibile alla vespa e partire verso l’ospedale. Feci tutto senza pensare, corsi per tre chilometri fino alla prima casa, scesi per la strada sterrata – altri cinque chilometri almeno – passai per il paese, arrivai al parcheggio e presi la vespa. A spinta “la vecchia” partì senza troppi problemi e io guidai “veloce” verso l’ospedale. Abbandonata in un’aiuola, dopo quaranta minuti di strada, entrai nella sala d’aspetto del pronto soccorso e chiesi dove potevo trovare mia moglie, che era arrivata per partorire. Dopo qualche minuto di esitazione mi dissero che non c’era nessuna registrata a suo nome, io allora ripresi la corsa, risalii in vespa e mi diressi a casa. Pure li, nessuno. Allora, preso dal panico, corsi da mio padre che lavorava poco lontano da casa nostra e lui, ridendo, mi spiegò tutto. Praticamente la sera prima Alessandra aveva comunicato che sarebbe salita assieme a Caterina, per preparare alla squadra un bel pranzo nell’unico giorno libero della settimana e, in questo contesto, aveva chiesto anche al mitico Gustavo di partecipare. L’anziano, così era salito prima per avvertire di sistemare un po’ quel che una volta era una malga e ora un qualcosa ricoperto da magliette, calzettoni e pantaloncini. Io, però, preso dal panico avevo reagito come avete potuto leggere e così…

Rientrai a sera inoltrata, quando il sontuoso spuntino pomeridiano organizzato da Alessandra e Caterina era bello che finito. Arrivato alla malga venni preso in giro in maniera indicibile. Il più divertito? Il signor Gustavo, che non aveva mai visto nessuno più in ansia di me. Alessandra, invece, mi sorrise. Mi sfiorò la guancia con un bacio e mi disse di stare tranquillo, mentre risaliva sulla jeep di Caterina e rientrava a casa. I giorni seguenti furono per me tra i più duri di sempre, non tanto per gli allenamenti, quanto per le prese in giro degli amici. Rientrato a casa il mio “personale clima di tensione e ansia” non cambiò per nulla: poche ore di sonno, ad ogni movimento di Alessandra scattavo in piedi, ogni piccolo dolorino mi faceva temere il parto e prepararmi per la corsa verso l’ospedale. In tutto questo, chiaramente, ero solo io quello teso. Lei, sempre più bella nel suo nuovo ruolo di prossima mamma, si comportava normalmente; cucinava, andava a passeggio con il cane (fortunatamente c’era sempre lui a controllarla), si godeva il momento. Così arrivò la domenica della prima amichevole, contro una squadra tedesca che faceva un tour in Italia. Io quella mattina salutai Alessandra e le diedi appuntamento allo stadio, tanto lei seguiva tutte le mie partite. Tutto andava liscio: riscaldamento, ok; partita che volgeva a nostro favore, io che avevo segnato pure due mete. Tutto perfetto, fino al ventottesimo della ripresa: Marcello, l’apertura, mi si avvicinò dalla panchina; “Stai tranquillo, ok?” – mi disse – “Certo, ma per che cosa? Stiamo vincendo” – risposi – “Guarda, Alessandra ha avuto qualche contrazione, così Caterina l’ha portata in ospedale”. Buio, gambe molli, cuore a mille, ansia e sudori freddi. Queste le sensazioni che provai sul momento. Poi ritrovata la lucidità tutto riprese, partita conclusa (io non feci più nulla) e, dopo il fischio conclusivo dell’arbitro, ancora in pantaloncini e maglietta salii sulla vespa e mi diressi all’ospedale. Cosa che in molti fecero (a distanza di tempo, penso più per controllarmi, che per assistere alla nascita del mio primogenito). Stefano, il pilone, prima che io entrassi in ospedale riuscii a farmi cambiare le scarpe e mettere quelle da ginnastica. Una volta entrato e ritrovata Alessandra iniziò il momento più difficile della mia vita: il travaglio. Un momento in cui l’uomo è più inutile del solito, non può dire e fare niente, perché in ogni caso sbaglia. Così io stetti in silenzio vicino alla finestra, sorridendo alle infermiere che entravano, per cortesia, e osservando mia moglie che soffriva. Provai a fare qualcosa, ma la risposta di Alessandra fu diretta e inattaccabile: “Amore, cosa vuoi fare? Mi basta la presenza”. Zitto e silenzioso, mi ritrovai nuovamente nel mio piccolo angolo della sala travaglio, prima e parto, poi. Restai impotente ad osservare, passavano le infermiere i dottori e io sempre fermo immobile, sempre più bianco in volto e debole sulle gambe. Nel mezzo di questa situazione allarmante, almeno dal mio punto di vista, sentii una voce schietta e diretta: “Quanto pesi?”, era un’infermiera larga come un comodino e alto poco più di un metro che sorrideva con una collega; “Allora quanto pesi?” – io sempre muto – “In ogni caso non ci sono problemi, io faccio 135kg, se svieni ti rivolto come un calzino, stai tranquillo”. Intanto Alessandra stava dando le ultime spinte. Così, quasi in un attimo, tutto il mio mondo cambiò appena il dottore pronunciò le parole: “Ecco arrivato il piccolino”. I miei occhi si riempirono di lacrime. Il mio cuore si spalancò verso la cosa più bella che avevo fatto in tutta la mia vita: Edoardo. In quei lunghi minuti seguenti, dopo aver baciato Alessandra per il modo in cui aveva gestito tutto e per come era stata stupenda (non avevo mai avuto dubbi), firmai carte, sorrisi a persone, venni abbracciato da mamma, papà, amici e parenti vari. Tuttavia l’unico momento che mi fece riconciliare con mondo, il mio nuovo mondo, fu quello in cui mi persi negli occhi curiosi di Edoardo disteso nell’incubatrice. Non c’erano più le voci attorno, non c’erano i compagni di squadra accorsi in fretta per festeggiare, non c’erano i dottori con le loro mille domande, eravamo solo io e lui, con i suoi piccoli occhietti che mi fissavano. Ecco, da quel momento in poi io l’ho guardato, anzi lo sto ancora guardando a distanza di tanti anni. L’unica cosa certa è che alle 18.08 di quel bellissimo giorno iniziò sicuramente l’avventura più bella, intensa e pazzesca di tutta la mia vita.

cicogna