Keep Walking, Stephen!

Perth, Australia Occidentale. Terra di ciclisti (da qui arriva Cadel Evans, campione del mondo 2009), modelle, attori e AC/DC. E già questo è un discreto biglietto da visita per farsi un giro da quelle parti. Anche il rugby non se la cava male, qui giocano Western Force e West Coast Pirates, rispettivamente in versione union e league. Qualche palla ovale insomma, da quelle parti, l’hanno vista volare. Tanto che nel 2014 nella capitale vanno in scena addirittura i Mondiali di Rugby.

Alt, fermi tutti.

Non vi risulta? Non vi preoccupate, non c’è trucco e non c’è inganno.

Trattasi infatti di Vintage Rugby, la Coppa del Mondo per quelli che la palla ovale la fanno andare ancora indietro, nonostante gli anni sul passaporto viaggino regolarmente ed inesorabilmente in avanti. Ci sono ex campioni del mondo, giocatori che qualche coppa l’hanno vinta, gente che ha voglia di coniugare ferie e divertimento con la più grande passione mai avuta. Ecco, a quest’ultima categoria appartengono a furor di popolo quei mattacchioni della Keep Walking Rugby, dal Brasile con furore. Maglia bianca rigorosamente non attillata (se non per motivi etilici), calzoncini blu, calzettoni rossi. Da anni questi simpatici mascalzoni rappresentano il Brasile nelle competizioni “Old” in giro per il mondo. E non ridete, giocano per davvero, nonostante il rugby di un certo livello stia facendo breccia solo negli ultimi anni, nella terra di Ordem e Progreso. Adottano tifosi a destra e a manca, sopperiscono agli imprevisti in campo chiedendo giocatori in prestito. Si fanno un bel giro per l’Australia, si fanno riconoscere. Arrivano pure a Sidney, ovviamente. E molto meno ovviamente si fanno un bel viaggio nel tempo di 2 anni, visto che a bere un po’ di birre con loro si presenta un distinto signore biondo, sui quarant’anni, accento del sud-ovest, due gambe muscolose e chilometriche. Segno di riconoscimento: maglia bianca rigorosamente non attillata (se non per motivi etilici), calzoncini blu, calzettoni rossi. Potete pure tornare indietro di qualche riga, non avete letto male. Le maglie sono quelle.

E allora allacciate le cinture e slacciate la cintura, questa è una di quelle storie che vi faranno far pace col mondo e vi faranno cacciare in gola qualche birra, perché con i Keep Walking Rugby – e con il loro amico australiano – non si può far altro che brindare e ridere dei casi della vita, irregolari come un rimbalzo ovale. Irregolare come il molestare un innocuo biondino alla ricerca dei suoi degni compari.

“Ehi amico, scusa un attimo!”

“Si, avete bisogno?”

“Scusa, ti abbiamo visto passare.. non è che per caso sai giocare a rugby?”

“Si, un po’..avete bisogno?”

“Ci manca una seconda linea e non sappiamo più dove sbattere la testa! Non ti preoccupare, non dovrai giocare molto.”

“Mmmmm..ok, guardo solo se le partite coincidono con quelle della mia squadra e arrivo!”

Queen Kapiolani Park, a un tiro di schioppo da Waikiki Beach, Hawaii. Se avete programmato bene la vostra personale macchina del tempo siete nel bel mezzo di una spledida giornata di settembre, anno ovale 2012. Si gioca il World Vintage Rugby Carnival, l’edizione precedente a quella di Perth. No no, niente risatine, ve l’abbiamo già detto prima. È un torneo in cui il montepremi conta, ma è fondamentale anche sapersi divertire e mettersi in gioco, magari dimenticando qualche scampolo di gloria passata. I nostri amici brasiliani ci sono, eccome se ci sono, ma hanno un problema non da poco. Si rendono conto di essere un po’ corti e chiedono una mano al primo ragazzone che passa. Ne nasce il dialogo riportato qua sopra. Anche il ragazzone in questione è lì per il torneo. Biondo, alto, dinoccolato, fisicamente sembra una discreta seconda linea a questi livelli. Sembra, ma non lo è. I brasiliani non se ne accorgono subito, poi però lo vedono all’opera. In touche non sa che pesci pigliare, in mischia spinge, ma lo spingere vero e proprio è un’altra cosa. Corre, per carità, ma i raggruppamenti non fanno per lui. Dopo un po’ lo spostano, vai, secondo centro. Poi si rendono conto che da fuori fioccano i flash, si moltiplicano smartphones e fotocamere. Tutti a immortalarli.

Oh, va bene che siamo brasiliani, va bene che in Brasile il rugby nel 2012 non è cosa per tutti, ma così non è neanche divertente! Belle le foto eh, per carità, ma anche basta. Niente, le foto continuano. Qualcuna, a questo punto, se la fanno anche loro. Poi sono birre che volano di qua e di là. E scoprono chiacchierando che il ragazzone australiano è lì con gli ACT Veterans Club, squadra Old di Canberra. Sul cuore porta l’effigie del cavallo selvaggio dell’entroterra. A ben guardare sembra quasi quella dei Brumbies. Il biondo si presenta, si chiama Stephen Larkham.

 

Che coincidenza, come quello che giocava con i Wallabies.

No, non è una coincidenza. È proprio lui!

 

Ecco, ora immaginatevi le facce dei poveri brasiliani. Si sono appena resi conto di aver messo in seconda linea uno che ha vinto una Coppa del Mondo nel 1999 e che quasi raddoppia la vincita quattro anni dopo. E di averlo anche “degradato” a secondo centro. Non se ne erano accorti. Né lui ha mai fatto notare la cosa. Si è divertito, dicono. E forse in fondo non può che essere andata così. Il destino, d’altronde, a volte sa essere parecchio ironico. Spariglia le carte, fa alzare un po’ di vento, fa far casino. Prende le sembianze di Rod MacQueen, selezionatore della nazionale australiana, e cambia di ruolo un signor estremo australiano, facendolo diventare un direttore d’orchestra atipico, proverbialmente senza doti balistiche quando è ora di mettere il mirino alle tomaie, ma con un coraggio e uno spirito d’avventura tali da rendere la linea arretrata dei Wallabies una delle più letali macchine da punti mai esistite. Il destino sa prendere il posto del vento in un pomeriggio autunnale del 1999 e sa pure indirizzare verso i pali un drop di 50 metri del suddetto numero 10. E sa annebbiare, per qualche minuto, gli occhi di una combriccola di brasiliani matti come cavalli alla disperata ricerca di una seconda linea a latitudini diverse dalle loro. L’importante è non prendersela troppo, assecondarlo a volte sto destino, riderci su.

Al limite, nel 2014, incontrarlo di nuovo.

E incontrarli di nuovo. Facendosi trovar pronti.

A Sidney, questa volta. Birra in mano, da una parte e dall’altra. Maglia bianca rigorosamente non attillata (se non per motivi etilici), calzoncini blu, calzettoni rossi, da una parte e dall’altra. C’è ancora tempo per le foto, c’è tempo per i saluti, e poi via a scoprire terre nuove, rimbalzi che sembrano vecchi e invece non lo sono. Certi pomeriggi di rugby alle Hawaii tendono a non farsi dimenticare così in fretta. Non in Brasile, almeno. Nemmeno in Australia. E non è solo questione di oceano e di paesaggi.

 

Keep Walking, Rugby.

Keep Walking, Stephen.

 

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