“La serie A è un campionato di formazione, di passaggio per giovani e stranieri”. La parola a Emy Forlani

Ridare dignità al campionato d’Eccellenza. Questa frase è una di quelle che ultimamente sono sulla bocca  di tutti, ma noi la ignoriamo e, come spesso facciamo, evitiamo la massa e andiamo ad approfondire una realtà altrettanto interessante e fondamentale per il rugby italiano: la Serie A. Assodato questo primo aspetto, ci serviva qualcuno che sapesse davvero di cosa stava parlando e così abbiamo disturbato l’addetta stampa della Pro Recco, Emy Forlani, esperta di rugby e di Serie A, chiaramente.

– Come vedi questa serie A? Rispetto al passato il livello si è abbassato, in che modo pensi le cose possano cambiare?

Il livello si è abbassato per un effetto “cascata”: con l’ingresso in Pro12 è precipitato quello dell’Eccellenza e anche la A ne ha risentito, anche se credo che il motivo principale sia stata la progressiva e generale diminuzione dei budget. Penso però che la A abbia saputo fare in qualche modo di necessità virtù, ritrovandosi sì ridimensionata ma anche solida nell’impegno delle società nel fare del loro meglio con pochi mezzi e tanto lavoro. Credo che la A sia un campionato piacevole da seguire, con delle belle partite e degli ottimi spunti.

– Secondo te come si può rendere più “di livello” questo campionato di serie A?

La A è diventata un campionato di formazione, un passaggio importantissimo di crescita per i giocatori, quindi forse si potrebbe pensare ad un sistema di incentivi economici da parte della federazione legati sia ai risultati che, ad esempio, al numero di giocatori U20 schierati con costanza. Le società di Eccellenza ricevono dalla FIR ogni anno una cifra non trascurabile, per il solo fatto di giocare quel campionato: non si dice dare soldi a pioggia a tutte le squadre di serie A, ma premiare chi lavora bene (ad esempio chi arriva in semifinale) e chi ha giovanissimi che giocano con una certa continuità, penso potrebbe essere costruttivo, per stimolare le società a lavorare bene e al contempo dar loro qualche soldo in più da investire. Anche un progetto di distribuzione dei ragazzi che escono dalla accademie U18 potrebbe essere un’idea: chi proviene da un club che ha la prima squadra ad un livello più basso, potrebbe essere incentivato ed aiutato a provare ad andare a giocare in serie A.

– Giovani e Serie A: in che modo queste due componenti possono coesistere in maniera costruttiva?

E’ il connubio perfetto. Fino a qualche anno fa la A era piena di stranieri, molti dei quali neanche indimenticabili (male comune anche all’Eccellenza e da cui non sono esenti neanche celtiche e Nazionale), ma se il ridimensionamento di cui si è già detto ha avuto un risvolto positivo è stato senz’altro quello di imporre alle società di darsi da fare più che mai sulle giovanili: quel che si produce in casa, non va cercato fuori. Una volta, difficilmente si vedevano in A giocatori sotto i vent’anni, invece ormai è la norma avere in prima squadra ragazzi di 19 anni e anche 18, compiuti o addirittura ancora da compiere, ed anche in ruoli chiave. Per un ragazzo giovanissimo con delle qualità, la A può essere un perfetto trampolino di lancio: gli permette di crescere e maturare per bene, in campo e fuori.

– L’attuale formula a gironi è giusta, oppure un campionato unico a 20 squadre garantirebbe una maggior programmazione da parte delle squadre e meno perdita di concentrazione durante i play off?

La formula attuale secondo me sta andando bene. L’unico aggiustamento che forse farei è istituire dei play out tra l’ultima classificata di ciascuna poule promozione e la penultima di ciascuna poule retrocessione: chi perde (su andata e ritorno) retrocede in B insieme alle ultime classificate delle due poule retrocessione. Questo perché, probabilmente, l’unica critica che si può muovere alla nuova formula è il fatto che per chi entra in poule promozione e non ha grandi aspirazioni, il campionato di fatto è come se finisse a gennaio, visto che anche arrivando ultimi comunque non si rischia in alcun modo di retrocedere. Nella vecchia formula con A1 e A2 si faceva già qualcosa del genere. Personalmente, io applicherei una formula similare anche in Eccellenza: anche solo con 12 squadre si può fare, con due gironi territoriali da 6 per la prima fase e poi una poule promozione e una poule retrocessione nella seconda fase. A fine campionato, play off e play out.

– Tornando al presente, invece, chi vedi come favorito alla vittoria finale?

Credo che quest’anno la squadra più attrezzata per giocarsi la promozione sia Reggio Emilia: dopo un passaggio a vuoto la stagione scorsa, quando non sono arrivati neanche in semifinale, già dall’estate si sentiva dire che si stavano rafforzando parecchio per cercare di tornare in Eccellenza, e finora mi pare che stiano mantenendo le promesse. Certo, le semifinali e soprattutto la finale fanno storia a sé, ma penso che loro partano con i favori del pronostico.

– Parlaci della tua società: in che modo siete riusciti a diventare una delle eccellenze del Rugby italiano?

Lavorando tantissimo ed imparando dagli errori. Ad arrivare per la prima volta in semifinale ci abbiamo messo 10 stagioni di serie A, nel corso delle quali la società si è andata via via strutturando sempre meglio, è aumentato in modo esponenziale il lavoro sulle giovanili, si fa molta più attenzione nella scelta dei giocatori e degli allenatori, si curano di più un po’ tutti gli aspetti, insomma, abbiamo imparato tanto e speriamo di non smettere mai. Un nostro tradizionale punto dolente sono le strutture, ma anche su quelle, per quanto possibile, si è lavorato e si lavora tanto. Una svolta epocale per noi è stato sicuramente il manto sintetico: per una società che ha un unico campo per gli allenamenti e le partite di 10 squadre, è facile immaginare quanto ci abbia permesso di migliorare.

– Guardando più in là, invece, cosa dovrebbe cambiare nel rugby italiano? La FIR dove dovrebbe lavorare?

Bisognerebbe ricominciare a lavorare dalla base verso la punta e non al contrario: la Nazionale maggiore come vertice di un sistema con una base solida. E la base è tutto il rugby “domestico”. Un sistema di incentivi ben fatto per premiare chi lavora bene e stimolare tutti a farlo, sostituire la Francescato con un piano di formazione che porti i migliori prospetti U20 a lavorare con costanza insieme alle rose delle due franchigie, far girare tecnici e osservatori sui campi di Eccellenza e di serie A, ogni settimana, perché di giovani notevoli da vedere e far crescere ce ne sono. Io penso che il rugby italiano, che non ha grandi numeri e non ha la forza di una tradizione come può essere quella anglosassone, non debba chiudersi, ma rimanere il più aperto possibile e mantenere al centro l’importanza dei club, sia per la formazione dei ragazzi che per l’identità ovale in generale.

– Un tuo sogno ovale nel cassetto?

Potrei dire Recco in Eccellenza, ed è sicuramente vero, ma vado oltre: sogno di vedere, un giorno, la Pro Recco Rugby salvarsi e dunque rimanere in Eccellenza. Così l’arrivare in Eccellenza è incluso e arricchito.
Sogno anche di rinascere pilone, ma questa è un’altra cosa!

@davidemacor 

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