Boa sorte, Ludo

“Scusa Ludo, posso chiederti l’autografo, per piacere?”

Ludo è appoggiato al bancone della club house con il bicchiere in mano. Guarda lo sbarbatello di turno, abbozza un sorriso, prende la penna e verga nome e cognome.

Ha lo sguardo timido, non vuole gli sia offerto il drink che aspetta e che gli spetta.

Lo sbarbatello abbozza, prova a dire qualcosa, ma non gli viene niente di meglio che un sorriso beota sul volto.

La Benetton ha surclassato Edimburgo, una partita stradominata con la mischia. Ludo, al secolo Ludovico Nitoglia, ha appena terminato di arare il campo e di seminare avversari a destra e a manca. Se siete bravi un po’ di fatica gliela scorgete nel viso, ma state sicuri che non ne parlerà a lungo, anzi.

Berrà il suo drink e farà autografi o foto con tifosi, tifose e amici.

Difficilmente batterà ciglio.

Più di qualcuno di quelli che lo cercano viene da Roma e dintorni, da dove tutto è cominciato qualche anno fa. Ai Parioli e alla Lazio lo chiamavano “Freccia”, perché uno così lo vedi adesso e poi lo trovi più in là, il più delle volte dall’altra parte della linea di meta. Dalla sua ha una gran velocità di base, ma non solo. Il ragazzo è elettrico, cambia passo e direzione che è un piacere, e ben presto se ne accorgono anche ai piani superiori. Si fa tutta la trafila delle Nazionali, poi nel 2004 lo prende il Calvisano.

Nella bassa bresciana da qualche anno c’è un sogno neanche tanto nascosto in un cassetto, il primo titolo italiano. Sono quattro anni che si arriva in finale, ma contro quella Benetton non si riesce a spuntarla. Ad esclusione del 2002, anno del Viadana, la Benetton è sempre arrivata in finale contro Calvisano.

E ha sempre vinto.

I Leoni, che squadra: ci sono due sudafricani di livello mostruoso come Franco Smith e Marius Goosen, Brendan Williams, i fratelli Dallan, Parisse, Canale, Alessandro Troncon in mediana. Fabio Ongaro davanti. Uno squadrone che in Heineken Cup vince tre partite nel girone e resta in corsa fino all’ultimo per la qualificazione. Guardatevi quante squadre italiane nella storia hanno fatto meglio.

Sì, ma nel 2004 neanche a Calvisano la squadra non è male. Ci sono vecchi lupi di mare come Paolino Vaccari e Massimo Ravazzolo, giovani come Nitoglia e Castrogiovanni, i generosissimi Zaffiri e Perugini. E una batteria di stranieri di altissimo livello. Su tutti Gerard Fraser, numero 10. Fraser è un giocatore meraviglioso, un lusso per questo livello e molto gettonato pure a casa sua, in Nuova Zelanda, ma quando giochi nei Crusaders e ti devi giocare il posto da titolare con Mehrtens, Carter e Aaron Mauger capite che l’aria si fa pesantina. Arriva a Calvisano nel 2002 e praticamente prende per mano la squadra. Lo fa sempre, anche nel 2005.

Anche in finale, con 25 punti su 25 della squadra. Sugli spalti del Plebiscito di Padova ci sono 4000 tifosi del Calvisano, che conta circa 7500 abitanti. Fate un po’ di calcoli e di proporzioni con altre città, se ne avete voglia.

Calvisano è campione per la prima volta, e bisserà il titolo anche nel 2008, sempre contro Treviso in finale. Solo che questa volta i gialloblu hanno una squadra ancora più forte: oltre ai già citati Nitoglia, Fraser, Zaffiri ci sono Ghiraldini, Zanni, Cittadini, McLean e Pratichetti, gli australiani Treolar e Purll.

E tutti girano attorno a Paul Griffen, deus ex machina di tutta la baracca.

Ludo in gialloblu segna 153 punti in 70 partite fino al 2009, poi il Calvisano rinuncia alla massima serie, non ci sono più le condizioni economiche per andare avanti in serenità. La squadra riparte dalla A/2, ma i grossi calibri se ne vanno, soprattutto a Treviso, che sta già costruendo una squadra che nel 2010 sia in grado di vincere il campionato e di andare a competere in Celtic League.

Non tutti però prendono quella strada.

Griffen resta e fa crescere una bella nidiata di giovani. Quel Calvisano, nelle serie minori, ci rimarrà poco.

Gli australiani vanno in Francia.

Nitoglia? Nulla di tutto questo.

Resta in Italia e va all’Aquila, appena risalita nel Super 10. Con lui vanno in Abruzzo Fraser e Zaffiri.

Decidere di andare a L’Aquila nel 2009 non è una scelta convenzionale.

Né da tutti.

La squadra è discreta, non può lottare di certo per il titolo, ma entra nella storia al debutto. Al “Fattori” arriva Viadana, una delle favorite per il titolo, ma i neroverdi rispondo colpo su colpo. Ludovico entra nell’azione dell’unica meta neroverde, ma in generale da una gran prova di solidità anche dietro. E allo scadere Tim Manawatu, estremo neozelandese dalla cannonata facile, centra i pali da 60 metri. La vittoria è storica, ma non tanto per il fatto che una neopromossa contro quella corazzata, in condizioni normali, non avrebbe tutto questo scampo. No, la vittoria è in grado, per una sera, di alleviare i dolori di una città sì ferita, ma con un orgoglio e un cuore grandi così. La stagione si conclude con una salvezza tranquilla e con una sconfitta pesante al “Fattori” contro la Benetton, che poi vincerà il suo ultimo titolo italiano. Nitoglia chiude la stagione con 5 mete in 10 incontri, poi passa proprio ai Leoni e debutta in Celtic League. La Benetton di Franco Smith è in larga parte l’ossatura della Nazionale, con qualche straniero a livellare verso l’alto la rosa e a tenere su il livello durante il Sei Nazioni e durante l’autunno dei Test Match internazionali. Ludo in questi periodi fa il suo e diventa lo spauracchio delle difese scozzesi, irlandesi e gallesi.

Avete capito bene, Ludo in Nazionale non gioca.

No, o almeno non più.

Già, perché in Nazionale non ci gioca dal 2006, e l’azzurro non lo vestirà più. Lo fa debuttare Kirwan nel 2004 e colleziona 17 presenze. Il ct neozelandese vede in lui un’ala di livello internazionale, Berbizier lo fa giocare con continuità, ma lo deve escludere dal Mondiale 2007 per i postumi di un infortunio.

Poi però il giocattolo si rompe.

Non è dato sapere cosa sia successo di preciso, la versione più accreditata racconta di un commento molto pesante dell’ex capo della Federazione Giancarlo Dondi nei suoi confronti dopo la sconfitta con l’Inghilterra del 2006. Ludovico non parlerà mai pubblicamente dell’episodio. Verrà corteggiato sia da Nick Mallett che da Jacques Brunel (tramite Vittorio Munari), ma senza risultati.

A Treviso ringraziano, perché per un po’ di stagioni tra febbraio e marzo si tengono stretto un gioiello in grado di far male a tutti, ma proprio a tutti. Il Munster, tra gli altri, sembra essere la sua vittima preferita. E lo dimostrerà soprattutto in una dolce sera di fine estate del 2013: la Benetton batte in rimonta il Munster con due sue mete all’ala e con 19 punti al piede di Mat Berquist. Per 50 minuti la Red Army  domina, segna in maul, con i trequarti e con una meta tecnica. Poi però i Leoni montano in cattedra. Non si capisce come, vista la clamorosa serie di schiaffoni inferti dagli irlandesi nel primo tempo, ma succede. Sono trenta minuti bellissimi, tra i più belli del rugby italiano in Europa. Potrebbe finire con un risultato ancora più pesante, con Berquist che manca di un soffio un drop da 50 metri che se fosse entrato i lavori a Monigo sarebbero cominciati ben prima.

Mica per mettere a posto la gradinata, per ricostruire tutto quel che sarebbe venuto giù.

Ma quel che rende la serata ancora più magica è la contemporanea vittoria delle Zebre a Cardiff, la prima della franchigia bianconera. L’annuncio del risultato a Monigo provoca un applauso che dura qualche minuto e che accantona ogni tipo di rivalità. Perché in fondo, quando un pallone ovale rimbalza ubriaco per il campo, si è sempre avversari, mai nemici.

Poi arriva il 29 aprile 2016, l’ultimo match in terra italiana. Ludo non ha più lo scatto e l’elettricità nelle gambe degli anni migliori, ma col tempo al repertorio ha saputo aggiungere una maggior capacità di lettura tattica e una dedizione al sacrificio, se possibile, ancora più grande. Non si ripetono più le grandi volate di qualche mese prima, quelle che avevano infiammato Monigo, ma a questi livelli si riesce a sopravvivere dignitosamente. L’annata della Benetton è tra le peggiori dall’avvento del Pro 12, ma il Connacht decide che vincere la partita non è abbastanza.

Vuole stravincerla.

E finisce che la perde.

La mischia di Galway crolla a tempo scaduto, l’arbitro fischia il calcio. Hayward centra i pali da metà campo e firma il sorpasso. Non sono pochi quelli che abbracciano Hayward, sono certamente di più quelli che corrono in panchina ad abbracciare Ludo, sostituito qualche minuto prima e ancora lì a sostenere quelli che sgobbano in campo. Viene portato in trionfo e riceve il premio di Man of the Match.

Che subito regala ad una bambina ammalata, ché il sorriso di un bambino per lui vale più di una medaglia, di qualche meta o di una maglia azzurra in più.

Prossima destinazione: Brasile.

Ma nessun pallone ovale nel futuro, dice, e sappiamo tutti quanto sia difficile smettere. Non lo farà, sono promesse vane, ma pur sempre perdonabili a chi ha la fama del generoso. Ma forse, se l’avete guardato bene nella sua ultima apparizione a Monigo, ha preso una decisione che lo lascia tranquillo. Ha lo sguardo timido, sotto la barba, e se siete bravi un po’ di fatica gliela scorgete nel viso. Ma state sicuri che non ne parlerà a lungo, anzi.

Come non ha parlato a lungo dei primi due scudetti del Calvisano.

O di un calcio allo scadere al Fattori o a Monigo.

O di qualche commento umiliante.

Forse lo farà un giorno, per il momento gli è bastato esserci ogni volta che i cuori di tanti tifosi ovali hanno saputo battere forte, più forte del normale.

Anche solo per qualche istante, anche solo allo scadere, quando il traguardo è vicino.

L’autografo è ancora lì, appeso in camera.

Lo sguardo beota c’è ancora, ma ho imparato a nasconderlo con un po’ di barba.

Ogni tanto guardo quel nome e quel cognome vergati, nero su bianco, e ogni volta capisco un po’ di più che no,non sarà più la stessa cosa.

Boa Sorte, Ludo.

 

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