Di Valerio Amodeo
Il mondiale è andato male. Punto. Non possiamo non dirlo. Lo dice, purtroppo, in maniera netta la mancata qualificazione ai quarti di finale. La larga vittoria con il Brasile ci regala un sorriso non sufficiente a superare la delusione per il mancato accesso ai quarti.
Pochi risultati e, in qualche momento, la prestazione della nostra nazionale femminile è stata al di sotto delle aspettative, considerando il valore delle nostre atlete.
È una analisi dura, ma i quarti di finale erano l’obiettivo da raggiungere. L’Italia è, e deve restare tra le prime otto nazioni del rugby nel mondo.
Ma da cosa dipende tutto ciò? Quanto è demerito nostro e merito delle nostre avversarie?
Andiamo per ordine.
La nostra nazionale sta avendo un ricambio generazionale, con diverse nuove giocatrici che si avvicinano o che sono entrate da poco nel rugby internazionale e anche la guida e parte dello staff si è rinnovato nel corso degli ultimi anni.
Fabio Roselli, alla guida della nazionale da meno di un anno, sembra aver dato nuova serenità e spirito al gruppo, come ampiamente dimostrato dentro e fuori dal campo dalle giocatrici e dallo staff, ma il percorso per performare al meglio non è ancora finito. Per questo spero che il suo cammino sulla panchina azzurra possa continuare e dimostrare i miglioramenti al prossimo sei nazioni, soprattutto da un punto di vista di attitudine e attenzione nei dettagli.
La serenità nel gestire i momenti chiave della partita, era un punto forte della nostra nazionale, oggi invece la squadra sembra più nervosa e preoccupata in determinati momenti del match. A mio avviso questo dipende dalla differente crescita del movimento femminile in Italia rispetto ad altre parti del mondo.
Mentre altre nazioni, Inghilterra su tutte, ma anche Francia, Irlanda, Scozia negli ultimi anni hanno incrementato notevolmente e consapevolmente il livello dei propri campionati femminili e del movimento femminile in generale, in Italia i miglioramenti sono stati per lo più spontanei.
Parliamoci chiaro: non è sono una questione di investimenti economici (che mancano eh, eccome se mancano), ma è il fatto che tolta qualche società virtuosa sparsa qua e là in Italia che lavora con attenzione e abnegazione, a oggi il rugby femminile è ancora visto come un peso o una medaglietta da mostrare (eh sì noi abbiamo anche la femminile). La realtà è fatta di tante ragazze che si avvicinano al minirugby e poi di una voragine a partire dalle under 14 in su. Ragazze senza squadra, abbandonate a sé stesse o costrette a trasferte lunghissime e faticose per continuare a giocare, con gli interessati e le interessate delle diverse società virtuose che si fanno in quattro per farle continuare a giocare, creando franchigie, cercando spazi adeguati e offerte formative allettanti.
Così non si cresce e non si creano talenti.
Il campionato italiano, sia la Serie A Elite che la serie A viaggia a due, tre, se non quattro velocità differenti, con un netto divario non solo tra le prime e le ultime della classifica (cosa normale in un campionato), ma tra le giocatrici di una stessa squadra o di squadre della stessa serie. La differenza fisica, atletica e tattica tra le giocatrici nel giro della nazionale e le altre atlete del campionato è netta, visibile anche a chi non ha mai visto una partita di rugby.
La conseguenza? Le più forti vanno, giustamente a giocare in campionati più competitivi sia dal punto di vista agonistico che da quello economico all’estero e le altre restano in Italia, con un abbassamento del livello del campionato e del movimento in generale.
Cosa fare allora?
Personalmente credo ci sia bisogno di una presa di posizione da parte della federazione.
Parafrasando Verdone: noi sto femminile lo volemo o nun lo volemo?
Perché, se “lo volemo” allora bisogna cominciare a spingere sull’acceleratore. Come? Ad esempio, in Francia per iscriverti al top 14 devi necessariamente avere una squadra femminile, o magari inserendo alcune obbligatorietà come venne fatto in passato per l’iscrizione ai vari campionati di categoria con le giovanili maschili, o ancora incentivi alle società che lavorano con il settore femminile in maniera virtuosa.
Se invece “nun lo volemo” prepariamoci a parlare dei bei ricordi, del famoso secondo posto al sei nazioni, di quando abbiamo battuto le all ferns in una partita di rugby seven, insomma a parlare di una Grenoble al femminile, di rimpianti e a rammaricarci per quello che poteva essere e non è stato.









