Into the wild

“Ah, vedo che hai la mia stessa cicatrice. Sì, dai dolorosetto come intervento, cosa dici?”.

Il sorriso è largo e disteso, gli occhi di chi da quelle parti ci è già passato e di chi ora è felice di essere altrove. Il suo interlocutore lo è un po’ meno, a dir la verità. Capelli grigi, labbra tirate di serie e un’espressione di chi nelle parti citate qua sopra c’è un po’ rimasto. Di chi dopo quell’interventino ha dovuto dire addio ad una discreta carriera sportiva nel cricket. Perché Steve James, giornalista sportivo in quota rugby all’Indipendent, mica era un brutto giocatore. Solo che dopo quell’osteotomia tibiale, questo il nome tecnico dell’intervento, ha dovuto accontentarsi (si fa per dire) di una scrivania e di qualche camminata per dare un po’ di lavoro ai muscoli. Per i non propriamente addetti ai lavori si tratta di un intervento molto invasivo che di solito si fa per rimettere in asse l’articolazione del ginocchio e la tibia. Il momento clou di tutta la procedura medica è la rottura della tibia, il distruggere per poi risistemare. Resta un segno indelebile, doloroso nei ricordi e nelle giornate in cui il clima fa i capricci, e una mobilità non compromessa, ma da controllare in canoni più morigerati.

Se ti chiami Steve James e lavori per l’Indipendent.

Perché se sei il tizio dall’altra parte del microfono, quello col sorriso largo e disteso, non puoi ascriverti alla categoria “esseri umani”. O meglio, tu lo puoi pure fare, sono gli altri che strabuzzano gli occhi. Perché il ragazzone placidamente seduto su una poltrona di casa sua non ha un fisico che tutti gli umani hanno in dotazione. No, non sono per tutti quelle spalle e quel torace che, per consistenza e urto, assomiglia più ad un piccolo mezzo da cantiere. E nemmeno quei riccioloni da putto cotto dal sole e dalle cicatrici, nemmeno quegli zigomi alti che tante donne vorrebbero per sé e con sé. Nemmeno quel naso da boxeur che se ammazza l’avversario fa pari. No, muscoli e carrozzeria di quel tipo non sono di serie. Appartengono a Jacques Burger , ma di lui non abbiamo ancora le prove che sia effettivamente umano quanto noi. No, non può essere un comune homo sapiens sapiens uno che parla di ”intervento dolorosetto”. Né può esserlo uno che per anni è uscito sulle sue gambe da un campo di rugby dopo aver dato un discreto numero di prove evidenti di quanto sia nei guai un uomo con la pistola, se incontra l’uomo col fucile. Burger, di pistole, ne ha sempre avute poche.

Non è facile essere Jacques Burger, per nulla. Soprattutto se i giri del DNA fanno in modo che tu nasca in uno dei posti meno affollati del mondo, la Namibia, ex regione sudafricana diventata Stato nel 1990. Tanti animali, tanti felini di quelli con cui non si scherza, pochi esseri umani. Una regione ancora tutta da scoprire, con tanti spazi vuoti, lontana dal clamore della folla e delle popolazioni. Uno spazio selvatico, non ancora annusato del tutto dall’uomo. Non è facile se a casa tua le divinità ovali sono passate ben poche volte. Una sola, forse, lasciando in dote casomai Percy Montgomery, uno dei più grandi cervelli marchiati Springboks della storia del rugby, ma allora la terra era ancora sudafricana. Poi, più nulla. Se escludiamo (e da quelle parti non vorrebbero mai troppo parlarne) la più tragica entrata nel mappamondo ovale di sempre, datata 25 ottobre 2003. Ventidue mete dall’Australia, una ogni quattro minuti scarsi. Non un gran biglietto da visita, per i Welwitschias, la nazionale namibiana, dal nome della pianta più diffusa nella zona. Una pianta strana, riccia, che sopravvive nonostante le fonti di alimentazioni comuni ad altre vegetazioni non siano così presenti a quelle latitudini. Jacques quella Coppa del Mondo la vede alla televisione, gioca già da tempo nei club di casa e sta sognando un futuro all’altezza. Per quella maglia, quella della Nazionale, prova qualcosa che non è spiegabile a parole. Sente un legame che è più di un fascio di radici, sa che con quella maglia, nonostante il pedigree non permetta grossi voli pindarici, si toglierà grosse soddisfazioni. La concorrenza continentale non è propriamente il massimo della vita, se si escludono gli Springboks, Burger viene messo subito titolare e gli viene affidata la maglia numero 8. Lo vedi che Jacques ha qualcosa in più dei suoi compagni, non si capisce quanto, ma di sicuro ha una centralina diversa. Qualcuno finalmente capisce che il ragazzo ha la stoffa giusta per sfondare: lo chiamano i Griquas in Sudafrica. In terza linea gli assegnano quasi d’ufficio la maglia numero 6, che nella particolare numerazione sudafricana è proprietà dell’openside flanker: per i due anni di ingaggio la toglierà poche volte. Da lì non lo schioda più nessuno. È una bella squadretta, la sua: ci sono giocatori che passeranno anche di qua, come Tobie Botes e Gareth Krause, che di quella squadra è il capitano. C’è Conrad Barnard, già visto a Padova qualche anno prima. C’è un giovanissimo Zane Kirchner, poi Springboks. I Griquas vincono la Vodacom Cup nel 2007, poi c’è la Coppa del Mondo. la Namibia rischia di rientrare in partita contro l’Irlanda, poi è buio pesto. Burger è di gran lunga il migliore dei suoi e comincia ad attrarre le prime squadre europee. Lo prende l’Aurillac, formazione che milita in Pro D2, ne diventa ben presto uno dei punti fermi. La squadra, però, non decolla mai. Burger viene richiamato in Sudafrica, questa volta dai Blue Bulls. Jacques dà tanto, se non tutto, arrivano anche due presenze nella franchigia del Super Rugby. Le presenze, però, in una rosa più competitiva rispetto a quella dei Griquas di tre anni prima, diminuiscono leggermente, cosa che però non vieta al namibiano di essere tra i protagonisti della Vodacom Cup del 2010. E che non gli vieta di ricevere una chiamata da Brendan Venter, già campione del mondo nel 1995. Venter si è trasferito da un anno in Inghilterra, è diventato il nuovo director of rugby dei Saracens e sta lentamente rivoltando come un calzino la squadra inglese. Vuole gente pugnace, affamata, che si faccia sentire nei break down. Vuole Jacques Burger. Gli inglesi non è che siano così felici della cosa, anzi. Venter in poco tempo ha lasciato andar via 18 giocatori e vuole prendersi, tra gli altri, un namibiano con due sole presenze in Super Rugby. Eh, bravi, fidatevi delle apparenze. Burger, in Premiership, diventa un fattore. Mai visto un flanker con quella furia agonistica, con quella capacità di leggere gli angoli di entrata avversari e con quella bava alla bocca nell’accompagnarli a terra. Un placcaggio talmente fulmineo nei movimenti e violento negli impatti da non lasciare spazio a repliche credibili. Contro Exeter ne stampa 34, nei campionati professionistici in pochi sono riusciti ad abbattere così tanti avversari in 80 minuti. Gli inglesi, di norma scettici e restii ai colpi di fulmine, si innamorano di quell’iradiddio col numero 7 sulle spalle. E se riesci ad entrare nel cuore di un inglese grazie alle tue doti fisiche e grazie ad un cuore immenso, beh, vuol dire che ce l’hai fatta. Contro Northampton, a febbraio, cade male su un ginocchio, ma prosegue come se nulla fosse. Gli dà fastidio, ma continua. I Saracens vincono il campionato, Burger si prepara alla Coppa del Mondo, ma quel dolore non passa. Salta per precauzione la Nations cup, poi si procura tutti gli antidolorifici legali del caso e gioca la Coppa del Mondo. Alla viglia è considerato uno dei numeri 7 più forti della competizione insieme a Richie McCaw, a Sam Warburton e a David Pocock.Pure i namibiani sono una squadra più forte rispetto agli anni passati, hanno trovato un mediano di apertura di livello e un gioco più concreto rispetto agli anni passati. La forbice con le altre squadre, però, è ancora troppo larga. Nonostante Burger disegni una prestazione migliore dell’altra e venga eletto, claudicante, tra i 5 migliori giocatori del torneo. Poi prende e decide di operarsi. Osteotomia tibiale, più di qualche chirurgo gli assicura che tornerà sicuramente a camminare, ma che di giocare a quei livelli non se ne parla più. Altri gli dicono che ci vorrà almeno un annetto di cure per farlo tornare in piedi.

I Saracens, nel dubbio, gli stanno vicino. E all’inizio della stagione 2013-2014 lo riaccolgono a braccia aperte. Si farà squadrare da un ex giocatore di cricket con microfono in faretra. Giocherà altre tre stagioni in rosso e nero, vincerà un altro campionato, all’ultimo tentativo. A questo aggiungete un’altra Coppa del Mondo, quella del 2015, in cui gioca a scartamento ridotto, ma nella quale termina la sua carriera con i Weltwitschias giocando contro Mamuka Gorgodze, l’altro grande eroe nazionale ovale, l’altro campione in grado di prendersi in spalla la sua Nazionale e di provarci contro blasoni ben più elevati. Contro i Lelos arriva il primo punto di sempre per la nazionale namibiana. Vince lo scudetto all’ultima stagione disponibile, si ritira nel 2016 e decide di tornare dove tutto è cominciato, dalla Namibia. Si prende un lotto di terreno gigante, vuole stare a contatto con la Natura. Tanti animali, tanti felini di quelli con cui non si scherza. Forse per far capire loro che una vera Welwitschia, riccia e comune solamente a quelle latitudini, non è una pianta come tutte le altre. Sa diventare grande e indimenticabile anche senza troppi aiuti.

Anche a migliaia di chilometri di distanza.

Anche in una regione ancora tutta da scoprire, con tanti spazi vuoti, lontana dal clamore della folla e delle popolazioni. Uno spazio selvatico, non ancora annusato del tutto dall’uomo.

Anche dopo qualche intervento dolorosetto.

Anche dopo che lì, da quelle parti, è passato Jacques Burger.

Ma questo non ve lo possiamo garantire.

 

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