La solitudine dell’estremo di provincia

Il rugby è bello, tra le altre cose, perché ognuno trova il suo posto. Ognuno ha la sua utilità in una squadra. Ognuno deve fare certe cose ben definite, al fine di raggiungerne altre. Bene, detto questo, non possiamo tuttavia non pensare a certi ruoli, alcuni più degli altri, che ti caratterizzano, ti qualificano, ti segnano per tutta la vita. In questo contesto, come primo, ho deciso di andare a riflettere e a raccontare quello dell’estremo. Ora diciamocelo, in tutta franchezza, quanti estremi avete sentito parlare? Dai, quanti? Se dentro la campo parlano il giusto, offrono una comunicazione diretta, efficace, che tende a finalizzare l’azione o ad aprire praterie nelle difese avversarie che poi, spesso, vengono esplorate da altri. Loro, poi, consapevoli di aver fatto il proprio lavoro, tornano in fondo al campo, a guardare una partita da un luogo che pochi, davvero pochi, hanno la fortuna e il piacere di occupare. Ragioniamo su l’estremo d’alto livello: quello si intrufola in azioni d’attacco e rappresenta l’ultimo baluardo difensivo; diciamo che è abbastanza più inserito nel gioco. Ma pensiamo alla realtà, pensiamo a “Dario”, il tuo amico di quartiere, quello che parla poco, va bene a scuola, ha la stessa fidanzata da…sempre e su cui puoi sempre contare. Quando nella grande roulette con la quale ti danno il ruolo nel rugby a lui viene detto: “Vai in fondo e fai l’stremo. Sei bravo, all’ala saresti sprecato, corri bene e non vogliamo farti fare il centro, hai buone mani, ma non così buone. Stai in fondo e gestisci. Così “Dario” inizia la sua carriera da estremo. E lo fa in provincia. Provate ad immaginare le fasi concitate di un derby tra due paesi limitrofi. Stadio pieno, almeno 500 persone, per cui la piccola tribuna è colma in ogni ordine di posto. I supertifosi che urlano. Lungo la recinzione che circonda il campo tante persone, che osservano, urlano, mangiano panini con la salsiccia, ridono. Mentre in mezzo al campo le due squadre si danno battaglia. I piloni spingono, le terze linee placcano e urlano, il capitano che sprona la squadra, l’apertura che gestisce giocate, le ali che si fanno vedere e i centri che prendono botte ad ogni azione. E “Dario”? Lui è in fondo, gli urli, i rumori, li sente ma sono quasi ovattati. Lui ha calciato un pallone, si è mosso nello spazio per evitare che “Mario”, l’apertura dell’altra squadra e suo barbiere di fiducia, non calciasse con facilità. Di fatto ha eseguito in maniera impeccabile alcune sfaccettature del suo ruolo, ma questo nessuno l’ha visto o l’ha percepito e, soprattutto, nessuno l’ha chiamato in causa. Lui è in fondo. Da sempre, in fondo. In provincia ci si scorna con la mischia, si usano i centri per aprire le difese, ci sono poche occasioni per fare scorribande negli spazi. Tutti le vorrebbero, ma in provincia il rugby è più concreto. Così “Dario” gestisce. Silenzioso. Il derby, poi, sarà proprio lui a deciderlo, perché da dietro gli spazi si vedono meglio e un “passala stretta” a fine secondo tempo gli permetterà di segnare la meta della vittoria. Ma poi sarà tutto come prima. Il suo gesto magistrale passerà in secondo piano rispetto alla battaglia che si è giocata davanti. Vogliamo poi parlare delle giornate di pioggia o di neve? “Dario” cade proprio nell’oblio. Con la pioggia non si calcia MAI e non c’è allenatore che, avendo una mischia grossa, non dica: “Oh ragazzi, oggi si spinge. Ce la giochiamo con la cavalleria pesante”. Ragion per cui “Dario” è ben consapevole che a meno di qualche possibilità offensiva, lui uscirà dal campo con il raffreddore. Perché, poi, capita spesso che con la pioggia le ali non abbiano voglia di sporcarsi troppo e così tutte le chiusure sono affidate a lui. Per non parlare di quando nevica. In quelle gare lui è nel silenzio più totale. Già la neve rende tutto più ovattato, figuriamoci quando fai l’estremo. Ci sono volte a cui penso, ma durante gli ottanta minuti d gioco innevato e non, lui a cosa pensa, su cosa riflette, rispetto a cosa fantastica? Gliel’ho chiesto, sia chiaro. Mi ha sorriso. Ah, la bellezza del rugby di provincia e non.

 

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