Le chiamate di coach Sumich

 

Il numero 13 in bianco e rosso schiaccia, poi afferra l’ovale e centra i pali. Sono 7 punti, che aggiunti agli altri 15 già a referto fanno 22. Solo 4 da recuperare ad una squadra più forte, più in forma, più tutto, ma pur sempre in trasferta. E pur sempre sorpresa da tanto ardore, da tanto agonismo. Manca poco, veramente poco. E tutto è partito da poco, veramente poco. Qualche telefonata, qualche birra con qualche pazzo giramondo ed il gioco è fatto.

“Signor Sumich, lei è convinto di potercela fare?”

“Beh, direi di sì. Non mi sembra così impossibile”

“Sa di cosa sta parlando, vero? Arrivare alla Coppa del Mondo le sembra alla portata? È una missione impossibile”

“Beh, ci possiamo provare. Nulla è impossibile. Mi lasci chiamare qualche amico”

No, mister Sumich non sa lasciarsi stare. Ha poco più di trent’anni, è biondo, pure belloccio. La maglietta grigia e larga non lascia che qualche spiraglio di un fisico scultoreo o giù di lì. Potrebbe benissimo andarsene a nord di Spalato, tipo in Austria, mettere una tuta aderente e insegnare sci in qualche località alpina. Dicono abbiano molto successo i maestri di sci, soprattutto quelli con un certo tipo di fisico. Soprattutto con le donne. Naaa, già fatto. Potrebbe prendere una laurea e girare il mondo. Già fatto pure questo. Anthony Sumich non sa lasciarsi stare dal 1964, anno di debutto sul Pianeta Terra. È un ingegnere civile di Auckland, Nuova Zelanda, ma non sa restare fermo. Vuole conoscere, vuole viaggiare, vuole scoprire. Scoprire dove andare, ma anche da dove viene. Già, perché ben presto Anthony si rende conto di avere un cognome non troppo comune alle sue latitudini. È un attimo, si innesca tutto in pochissimo tempo: vuole vedere da dove arriva, da dove è cominciato tutto. I nonni, sia quello paterno che quello materno, venivano da Makarska, 60 chilometri da Spalato. Si sono trasferiti in Nuova Zelanda all’inizio della Prima Guerra Mondiale, lì conoscono e sposano due ragazze, anch’esse figlie di immigrati croati. Anthony studia i rudimenti della lingua e a 25 anni parte, solo che andare nei Balcani nel 1990 non è una mossa molto prudente. Annusa il pericolo e torna su, va in Austria, sbarca il lunario, d’inverno va sulle Alpi e fa l’istruttore di sci. Non è che ad Auckland e dintorni ci siano molte montagne, ma Anthony ci sa fare. Nel 1995, a guerra finita, se ne va in Croazia e si dà allo sport. Due soprattutto: cricket, in cui è anche abbastanza portato, e rugby, già praticato ai tempi del S. Peter’s College e in cui ha un discreto talento predicatorio. Sa le regole, non è scaltrissimo nel gioco, ma non gli sfugge niente. Si mette a dare una mano, il ragazzo si dà volentieri. Qualcuno lo propone come commissario tecnico della giovanissima nazionale croata, ambiziosetta ma ancora lontana dal gotha. Ha partecipato ai Giochi del Mediterraneo del 1993 ed è arrivata quarta battendo solamente il Marocco. Per il resto sono scoppole da Spagna (58-9), Italia (76-11) e Francia “B”, ancora ben presente nei record croati alla poco memorabile voce “Peggior Sconfitta” (126-6). Sumich però non si fa demoralizzare, punta alla Coppa del Mondo del 1999. Qualcuno gli dà del pazzo, i più sfacciatamente ottimisti hanno dubbi grandi come una casa.

Lui prende in mano il telefono, chiama qualche amico.

E comincia tutta un’altra storia.

Il coach sa bene di essere davanti ad una missione quasi impossibile, ma sa altrettanto bene come muoversi. La Federazione Croata nicchia, non sa quasi da dove partire, ma si arrangia quasi del tutto lui. Prende il telefono e chiama. Sono quasi tutti neozelandesi, tutti con sangue croato nelle vene in varie percentuali. Ce ne sono circa centomila, in Nuova Zelanda, di uomini e donne con un antenato nei Balcani. Quelli che chiama lui giocano tutti a rugby, tra Nuova Zelanda ed Europa. Tra gli altri rispondono Paul Vegar, pilone di stanza a North Shore (arriverà a collezionare 264 presenze con quella maglia), Paul Vujcich, flanker di Counties e Manurewa. Insieme a lui arriveranno i compagni di squadra nonché fratelli Rob e Reon Graham. Vlado Ursich, che di questa squadra è tuttora il coach. Anthony Zivkovic. Dall’Europa arrivano Scott Keith, numero 8 nella massima serie francese e Anthony Poša, utility back di talento e piede tra Inghilterra e Scozia. Totalizzerà più di 50 caps con la Nazionale e detiene ancora il record tra i giocatori nati oltreoceano. Sumich ha parecchi contatti, fosse per lui chiamerebbe pure Sean Fitzpatrick, leggendario capitano degli All Blacks e nonno croato. Se ne tiene però un paio in tasca, gli torneranno utili. All’alba delle qualificazioni per Coppa del Mondo Sumich ha comunque una discreta squadra a disposizione e ha tutte le intenzioni di andare il più avanti possibile. Nel girone B i suoi ragazzi scherzano Norvegia, Moldova e Bulgaria, ma devono vedersela con la Lettonia per il primo posto, l’unico che garantisce la qualificazione al turno successivo. La Lettonia alla vigilia era data per favorita d’obbligo del girone, non hanno grandi nomi ma attingono a piene mani da una discreta squadra di rugby a 7, già in grado di giocare alla Coppa del Mondo del 1993. I lettoni sono favoriti, ma sono davanti a due grosse insidie. La prima è il fattore campo avverso, duemila croati sugli spalti di Makarska non sono proprio pochissimi. La seconda è la rubrica telefonica di Sumich, ancora non del tutto scandagliata. E lui tira fuori il primo asso dalla sua manica. Chiama un suo amico, non lo vede da 5 anni ma non si ferma ai formalismi. Ha 33 anni, Anthony gli dice che ormai è troppo vecchio per gli All Blacks, che se vuole in Croazia ci sono spiagge, mare e gnocche in quantità. Dall’altra parte del telefono (e del mondo) arriva risposta affermativa. E allora nelle isole croate viene a fare il suo un trentaquattrenne con chiare origini maori, ma dal cognome inconfondibilmente made in Balcani.

Le voci si rincorrono. Sembra sia un utility back. Sembra sia forte. Quando chiedono un nome rispondono “Botica”, o qualcosa del genere.

Che strano, è pure omonimo di quello che giocava con gli All Blacks.

No, non è un omonimo, a Makarska arriva proprio Frano Botica, campione del mondo nel 1987 e nazionale pure nel League. Il nonno è originario di Korčula, se n’è andato anche lui allo scoppio della Grande Guerra. Viene a giocare e si porta il papà, che non vede la Croazia da 15 anni e ha tutta la voglia di essere ancora una volta orgoglioso del figlio.

Sumich ha colpito ancora. E chi l’ha mai visto uno con quel curriculum a quelle latitudini? Avrà pure 34 anni, con la felce nera sul petto gli avranno preferito pure tante volte Grant Fox (scusate), ma uno così a questi livelli fa la differenza anche ad occhi chiusi. Contro la Lettonia viene schierato primo centro con Poša apertura. Segna 23 punti su 43 totale, la Lettonia si ferma a 24, la Croazia si qualifica. I giocatori di origine neozelandese, guidati da Botica, inscenano una haka davanti al pubblico rimasto a guardare, perlomeno i trequarti dei paganti. Nick Botica, il signor Botica, guarda orgoglioso lo svolgersi degli eventi.  Si diceva, già solo finissimo qui sarebbe una gran storia da raccontare. C’è già materiale a sufficienza per ricordare e festeggiare. Ma nessuno si ferma, c’è un secondo girone da preparare al meglio, anche perché il sorteggio non è dei più benevoli: nel nuovo girone a 5 ci sono, in ordine crescente di forza, Danimarca, Russia, Georgia e l’Italia di Georges Coste, la squadra di gran lunga più forte delle qualificazioni. Sarebbe stato da sogno finire nel girone con Spagna e Portogallo, avversarie più abbordabili,o con Romania e Olanda, squadra tutt’altro che trascendentale,  sì già vittoriosa contro gli uomini di Sumich ad inizio anno ma senza che questi potesse contare su molti neozelandesi.  Il girone si rivela da subito un incubo. Botica si fa male ad una spalla, promette di esserci più avanti ma deve saltare i primi incontri. Si debutta in casa dei Lelos, che nel 1997 non sono lo squadrone che avete visto arare qualsiasi avversario negli ultimi mesi, ma che sono i favoriti d’obbligo per la piazza d’onore. Gli uomini di Sumich vengono alloggiati in quello che è praticamente un tugurio, senza la possibilità di mangiare decentemente né di allenarsi. Poi vengono accolti dal boato del Boris Paichadze, lo stadio che ospita le partite di calcio della Dinamo Tbilisi. Fanno 75000 spettatori all’epoca (ora ne contiene “solo” 50000). I georgiani scappano subito avanti, il primo tempo si chiude sul 19 a 3. Nella ripresa arriva la riscossa, due mete croate di Lunjevic e Moors, si va sul 19 a 15. Il risultato resta bloccato fino a pochi minuti dal termine, poi la maggior freschezza dei padroni di casa ha la meglio. Finisce 29 a 15, la strada si fa in salita. I croati battono nettamente la Danimarca a Copenhagen, poi fanno l’impresa e battono la Russia a Makarska per 23 a 16. E si scoprono ancora in corsa per la qualificazione: è vero, hanno perso contro la Georgia, ma se gli uomini di Sumich dovessero battere l’Italia la differenza punti li favorirebbe.

Già, ma bisogna battere l’Italia, che non è più quella del 1997, ma con tutto il rispetto mica serve essere quelli di Grenoble per vincere il girone. Coste schiera i suoi senatori solamente nell’inverno di Krasnoyarsk, e a ragion veduta: quelli lì, nel loro inverno, fanno paura. I russi cedono 48 a 18, la Danimarca viene seppellita da 102 punti, i Lelos segnano solo una meta allo scadere per il 31 a 14. Il biglietto per il girone successivo (quello di Huddersfield, per intenderci) è già in tasca, ma bisogna chiudere a Makarska. Coste deve fare a meno degli azzurri di Benetton e Petrarca, impegnati nello stesso giorno nella finale scudetto. Schiera comunque una discreta formazione: ci sono Mouse Cuttitta, Vaccari, Scanavacca e Guidi in mediana. Bastano e avanzano, si pensa. Tutta da vedere: per i croati torna disponibile Botica, ed è già tanta roba.

Poi Sumich si gioca il secondo asso. È un altro neozelandese, si chiama Cooper, anche lui di sangue croato. Ora, Cooper è un cognome molto diffuso nelle terre in cui si parla l’idioma di Shakespeare, è assodato. Solo che il Cooper chiamato da Sumich all’anagrafe si chiama Matthew James Andrew. Se ancora il nome non vi dice niente andate a spulciare il sito Allblacks.com, pagina che contiene i profili di tutti i giocatori apparsi almeno una volta con la maglia nera e con la felce argentata sul cuore. Al posto numero 866 troverete il già citato Frano Botica, ma se scendete al 887 trovate lui, Matt Cooper. Le regole sull’equiparazione e sulla scelta delle Nazionali da rappresentare cambieranno, ma la Croazia si ritrova a pieno titolo due All Blacks in campo, uno all’apertura e uno a secondo centro, con Poša che scala ad estremo. L’Italia è più forte in mischia, Scanavacca va tre volte per i pali e porta a casa 9 punti. I croati rispondono colpo su colpo, ma Botica non ha il piede dei giorni migliori, marca solamente una volta su 4 tentativi. Il compito di piazzare passa allora a Cooper, uno dei piedi più caldi ai tempi degli All Blacks, quando Fox aveva smesso e Mehrtens doveva ancora debuttare. Siamo più forti e si vede, segniamo due mete con Scanavacca e Vaccari, ma non riusciamo a toglierci di dosso i croati: Cooper piazza altre tre volte, si va al riposo con gli azzurri avanti 23 a 15. Scanavacca centra ancora i pali, sopra di 11 forse è la volta buona che li mettiamo al loro posto.

Invece no.

Il numero 13 di Matt Cooper, per una volta in bianco e rosso,  schiaccia. Il Gradski Sportski Central, stipato all’inverosimile, quasi viene giù. E chi li ha mai visti tutti quei croati esultare per una partita di rugby? E chi li ha mai visti quelli vestiti di bianco e rosso giocarsela punto a punto con un avversario del genere? Cooper sfugge agli abbracci dei compagni, poi afferra l’ovale e centra i pali. Sono 7 punti, che aggiunti agli altri 15 già a referto fanno 22. 22 a 26, meno di una meta non trasformata e manca mezz’ora al termine. Non succede, ma se succede..

No, non succede. Il rugby sa essere commovente nella sua crudezza. Purtroppo gli ultimi venti minuti rompono il match, i croati non hanno la qualità degli azzurri, soprattutto quando iniziano a mancare lucidità ed energie ai titolari. La terza linea di casa comincia a perdere colpi. Cominciano a fioccare gli errori, andiamo ancora a segno con Marcello Cuttitta, stavolta è finita davvero. Cooper segna un’altra meta, ma manca troppo poco per girare la partita. Vincono gli azzurri, ma i croati sugli spalti applaudono la loro rappresentativa più forte di sempre. Piena di neozelandesi, vero, ma tutti fieri di indossare il bianco ed il rosso. Durerà ancora poco, quel gruppo: in molti parteciperanno alle World Series del 1999 con la Nazionale Seven, poi a poco a poco tutti smettono, senza però lasciare eredi dello stesso livello. Anche perché il fautore di tutto, coach Sumich, ha deciso di non lasciarsi ancora stare del tutto. Gioca nella Nazionale croata di cricket nel 2001, poi torna in Nuova Zelanda per una chiamata.

No, nessun giocatore di rugby dall’altra parte della cornetta.

E nessuna cornetta, a dire il vero.

Anthony Sumich viene ordinato sacerdote nel 2008, coronando un cammino di fede che sembra sia iniziato ancora nel 1995, ai tempi del suo primo arrivo in Croazia. Aveva visto fede nei suoi vicini, reduci degli orrori ed errori della guerra. Aveva visto rosari ovunque. E una forza che nessun uomo, felce argentata sul cuore o meno, aveva mai impresso in lui. Placcato in pieno.

Se ne va in Nigeria, in Canada.

Dice messa, ogni tanto, sul Kilimangiaro.

Difficile, direte voi.

Ma avete mai provato a portare la Croazia alla Coppa del Mondo di Rugby?

Thanks to Anthony Poša, without whom this story wouldn’t have been told. Photo above belongs to him.

Grazie ad Anthony Poša, senza il quale questa storia non avrebbe potuto essere raccontata. La foto appartiene a lui.

 

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