Linea bianca

Ve lo giuro, quella era una meta grande come una casa. Certo, non sapevo dove fosse la mia gamba sinistra in quel momento, ma mica era per terra. Cavolo, non sono Yuri Chechi. Quella era meta. Jonny era già pronto per trasformarla, e lo sa pure chiunque ci sia lassù a vegliare che l’avrebbe buttata dentro. E poi, con noi davanti, avrei voluto vederli, gli Springboks. Mostruosi per tutto la Coppa del Mondo, inumani contro chiunque, ma attanagliati da una folle paura quel giorno. Ci avevano massacrato nel girone, trentasei punti a zero, senza colpo ferire. Ci avevano distrutto nei test-match prima della Coppa del Mondo, più di cento punti in due partite con mezza squadra abbracciata al water per via di un certo pesce avariato. Dicono che da quelle parti mangiare e bere non sia sempre la cosa più bella del mondo. Oh, lo dicono gli All Blacks, mica noi. Pesce avariato, sembra. Fosse ancora vivo mio bisnonno Antonio li prenderebbe a bastonate uno per uno. Sangue caldo sulla terraferma, sangue freddo sui pescherecci. A Santander sapeva come trattare la materia, a inizio ‘900, ma siccome da quelle parti i soldi non erano mai abbastanza decise di partire. Trovò la sua nuova Cantabria a Maryport e divenne un fenomeno col fish and chips. Di lui mi sono rimasti un cognome, Cueto, che qui in Inghilterra è parecchio esotico, e qualche ben avviata attività di ristorazione. Sangue caldo poco, in un campo da rugby non è che te lo puoi permettere troppo. Ecco, forse un po’ di sangue freddo di quello che aveva lui in mare, quello forse sì. Da ala o da estremo devi saper stare calmo pure con il cuore in tempesta. Ricevere palloni alti quando con la coda dell’occhio vedi una muta di avversari puntarti non è semplice. Di solito ti dicono di fare una cosa per volta: guardare l’effetto del pallone, riceverlo in sicurezza e poi pensare a chi vorrebbe azzannarti caviglia o sterno. Di solito quelli che parlano così un buco non l’hanno mai fatto in vita loro. Difficile? Certo che lo è. Nessun allenatore, appassionato, compagno di squadra più anziano vi dirà mai che è semplice,  ma vi farà capire che tutto quel che vi capiterà lì dentro ne varrà la pena. Ci vuole sangue freddo per giocare trequarti, tanto. È capire se e come il tuo avversario ti lascerà un buco, se e come le sue gambe possono essere battute, se e come giocare in superiorità numerica, che è come giocare a scacchi. E viceversa, perché tutti questi calcoli li faranno pure su di te. No, nonno Antonio difficilmente avrebbe giocato a rugby, avrebbe mandato a cagare tutti dopo cinque minuti. A meno che qualcuno. Se si fosse giocato in acqua, forse. Quel che è certo è che quei sudafricani e quel loro pesce li avrebbe fiocinati per bene. Ci ha pensato soprattutto Jonny a portarci avanti nel torneo. No, non era questione di piede. Non solo. Chi dice che sia il miglior calciatore del mondo ovale si sbaglia di grosso. Lui è molto di più. Troppo superiore mentalmente, troppo avanti per tutti. Era avanti di dieci anni nel 2003, figuratevi con la squadra di quattro anni dopo, nella nazionale in cui giocavo pure io. È tenuto insieme con lo scotch, ma non lo dà a vedere.  Salta le prime due partite, noi perdiamo malamente contro gli Springboks e non prendiamo il bonus contro gli americani. Un disastro, se permettete. Poi cambia tutto. Prima della Coppa del Mondo ci avevo giocato insieme pochissime volte, era sempre infortunato. E, ma questo lo venni a sapere più tardi, stava combattendo contro un avversario più subdolo e pericoloso di una terza ala incazzata. Io ho debuttato con la Nazionale maggiore subito dopo il Mondiale vinto, nel 2004. Prima ero stato nei Saxons e nella nazionale Seven. Ero uno di quelli su cui, tra i trequarti, si puntava di più. Io, a Sale, e Sinbad, al secolo  James Simpson-Daniel, di e a Gloucester. Un fenomeno vero, perché uno che al debutto fa il giro attorno a Jonah Lomu e brucia Chris Cullen non lo puoi definire diversamente. Un fenomeno con le caviglie di cristallo, in Nazionale lo si è visto troppo poco. Non sono grandi anni per la nostra Nazionale, paghiamo un ricambio generazionale arrivato forse con troppo ritardo, una schiera di ragazzi ancora troppo fragili per prendersi certe responsabilità e l’assenza di quel fenomeno con la 10 sulle spalle. Alla Coppa del Mondo non siamo tra le favorite, e le prime due partite certificano qualcosa che già sappiamo. In patria veniamo paragonati ai ragazzi mandati allo sbaraglio da Woodward nel cosiddetto “Tour of Hell”. La differenza, dicono, sta nel fatto che quella Nazionale era chiaramente sperimentale, la nostra no. Poi arriva Jonny e cambia tutto. Nemmeno lui è quello del 2003, ma basta e avanza contro Samoa e Tonga. Ai quarti ci attendono i Wallabies, è la replica della finale passata. Hanno fatto un discreto girone, ma hanno perso Larkham dopo pochi minuti del primo incontro. Non è la stessa cosa. Li massacriamo in prima linea grazie a Dan Sheridan, uno dei piloni più sottovalutati della nostra generazione. Un mostro, soprattutto in palestra. A sorpresa in semifinale troviamo la Francia, sconfitta a sorpresa nel girone dai Pumas all’esordio e clamorosamente in grado di battere gli All Blacks ai quarti. Certo, ci sarebbero un paio di cose che non tornano sulla gestione arbitrale, ma mi hanno insegnato che l’arbitro non si tocca. C’è sempre la Francia, nel nostro cammino. La battemmo quattro anni fa, ci ripetiamo con una grandissima prestazione difensiva. E di Jonny, che con un drop dice a tutti che la finale ce la meritiamo.

Affrontiamo di nuovo gli Springboks. Ma capiamo subito che non è la stessa cosa. Certo, sono più forti, più potenti, più efficaci, ma non sono l’armata poderosa e sfrontata che ci ha massacrato nei gironi. Sembra che abbiano paura, ammesso e non concesso che gente come Bakkies Botha,Viktor Matfield,  Schalk Burger e altri possa aver paura. Hanno brutalizzato tutto e tutti, ma contro di noi non riescono ad andare oltre ai calci di Montgomery. A fine primo tempo sono avanti di sei punti, 9 a 3, ma noi mica siamo fuori gara. Tait riceve un pallone strano, i sudafricani battezzano quel pallone come perso e per una frazione di secondo si bloccano. Tait tira dritto e taglia letteralmente a fette la difesa. Lo bloccano a centimetri dalla linea di meta. L’azione è velocissima, in due passaggi il pallone arriva da me, praticamente sulla linea di touche. È il mio habitat, quella linea. Il pallone lo prendo e mi tuffo. Sento che un sudafricano sta provando a buttarmi fuori, ma io quel pallone lo schiaccio a terra. Meta, è meta. Ci abbracciamo, Jonny prende il pallone e si prepara per trasformare, ma l’arbitro lo ferma. Vuole controllare con il TMO. Ecco, avete presente quegli attimi che in TV vi danno il tempo di aprire il frigo ed estrarre altra birra? Ecco, per noi sul campo sono interminabili. Lo sarebbero in un incontro “normale”, figuratevi in una finale di Coppa del Mondo. Qualcuno si scalda, altri si mangerebbero ben volentieri le unghie. Mai visti i sudafricani così silenziosi e morigerati. E attendiamo ancora. Sembra, ma questo lo scopriremo poi, che ci siano dei problemi di comunicazione tra francesi e inglesi, con i primi che non riescono ad esprimersi in corretto inglese. Fosse vivo mio bisnonno Antonio, uno che con l’inglese aveva più di un problema ma che si faceva capire eccome, li andrebbe a prendere e li solleverebbe come sogliole e merluzzi senza l’ausilio della canna da pesca.

Poi l’arbitro parlotta alla trasmittente.

Ringrazia.

“No try”

La mia gamba sinistra aveva oltrepassato la linea di touche prima che il pallone toccasse terra. Ve lo giuro, quella era una meta grande come una casa. Certo, non sapevo dove fosse la mia gamba sinistra in quel momento, ma mica era per terra. E di certo non sono Yuri Chechi. Poi, mesi dopo, rividi quel filmato. Prima che la mia gamba sinistra decollasse il mio stinco aveva toccato il bianco del gesso.

No try, hanno ragione loro. Avrei voluto vederli a inseguirci, gli Springboks. Vedere cosa sarebbe successo. Magari avrebbero ritrovato la forza dei giorni precedenti e ci avrebbero massacrato, chissà. O forse la frenesia avrebbe potuto impadronirsi di loro. Chissà. Finisce 15 a 6. Alla fine di quell’anno la EA Sports produrrà Rugby 08, il videogame basato su quella Coppa del Mondo e su altri tornei europei e mondiali. Quello disegnato in copertina vestito di bianco sono io, Mark Cueto. Ho giocato un altro Mondiale,ho vestito la maglia dei Lions, ho ad oggi il record di mete segnate in Premiership in carriera, me lo ricordo ancora l’abbraccio dei compagni quel giorno. Ho saputo discernere tra sangue caldo e sangue freddo come Antonio, mio bisnonno, faceva tra terra e mare, tra Cantabria e Cumbria, tra Spagna e Inghilterra. Porto avanti le sue attività di famiglia, o meglio, quello che sono diventate. Ho vinto un campionato con Sale, con gli Sharks, sono stato eletto Membro dell’Ordine Britannico.

Ma per quella meta, per quei centimetri tra terra e cielo, tra campo e area di meta, avrei scambiato tutto quel che ho.

E sono sicuro che Antonio, da lassù, mi capirebbe.

 

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