Rugby of Five

Le casse gracchiano per un po’. Il Park Šiška, uno degli stadi di Lubiana, si scuote. Mancano tre minuti al termine, la partita è in ghiaccio, i bulgari sono distanti. Gliel’hanno data su. Una voce si fa largo dall’impianto, poche parole. Un nome ed un cognome, Jack Skofič. Il tempo di capire, poi il pubblico applaude. Esce l’ala Anže Troppan, autore di una discreta partita, fa posto al nuovo compagno di squadra, al debutto con la maglia della nazionale slovena. Gli applausi non smettono, anche da parte di chi non ha molta dimestichezza con la palla ovale. Anche da parte di chi lo sloveno non lo mastica granché. Jack si posiziona, riceve qualche pacca d’incoraggiamento dai compagni. Qualcuno, a ben guardarlo, un po’ gli assomiglia. Poi viene in mente che quel cognome, Skofič, l’ha già sentito nei 77 minuti di gioco appena consumatisi.

Fratelli, cinque fratelli.

È record mondiale per il rugby sloveno, ancora troppo lontano dal gotha per poter lasciare il segno nell’ovale che conta, ma che in un giorno di primavera del 2014 riesce a raccontare una storia che sembra uscita apposta per strappare qualche lacrima. Di gioia, di commozione, di cordoglio, fate voi. C’è tutto, nella storia della famiglia Skofič, di stanza a Preston, nel Lancashire, nord-ovest dell’Inghilterra. Una storia che comincia nel secondo dopoguerra con il capostipite Alois, giovane sloveno catturato dai nazisti e deportato in Italia durante la seconda guerra mondiale. Si salva, poi parte per l’Inghilterra. Trova lavoro, mette su famiglia, si integra. Nel 1959 nasce Jonathan, che va a studiare a Bath. Jonathan si fa ben presto contagiare da una passionaccia per il rugby, si mette a disposizione dell’università, diventerà ben presto il capitano della squadra dell’ateneo. È un tipo tosto, mette l’anima in qualsiasi cosa faccia. Si sposa nel 1985 con Patricia, detta Pat, da cui ha 5 figli, tutti maschi: Jack, Max, George, Archie, George e Frankie. A Jonathan non pare nemmeno vero di iniziarli tutti alla palla ovale. Ma non finisce qui: deborda, straborda, esagera, è fatto così, e allora aiuta Hugh Paterson e  Gwyn Morgan a fondare una squadra di rugby a Tarleton, nel West Lancashire. Ora, fermiamoci un attimo. Morgan è un gallese, Paterson uno scozzese. Solo il fatto che uno scozzese ed un gallese creino dal nulla una squadra di rugby in Inghilterra ha tutti i crismi per diventare una storia da tramandare di birra in birra. Papà Skofič non si ferma realmente mai, li incoraggia, sparge la voce, diventa addirittura il presidente della squadra, e provate a fare tutto questo mentre siete dei businessman con una discreta carriera. E poi fa debuttare i figli, che nel frattempo crescono. Ne vengono fuori due ali, un centro con piede discreto e due terze linee. A Tarleton, ma anche fuori, ai college, all’università. Il suo sogno, nemmeno troppo velato, è quello di vedere i suoi 5 eredi giocare insieme con la stessa maglia.

Rimane un sogno, purtroppo.

Il povero Jonathan nel 2011 è costretto al passaggio più doloroso, quello definitivo, quello che tutti mettono all’ultimo posto nella loro personale lista di cose da fare. Un collasso a Milton Keynes, durante un pranzo di lavoro. È una botta durissima da digerire: Frankie, il figlio minore, ha a malapena 15 anni. La moglie Pat, si scoprirà poi, è in dolce attesa della prima femminuccia di casa, Violet. Nascerà di lì a pochi mesi.

I figli piangono il loro primo esempio di vita, ma ben presto danno ragione al loro DNA: sono della stessa pasta del padre, questi mica si arrendono così. Decidono allora di provare ad esaudire uno dei suoi sogni grandi di Jonathan: organizzano a Tarleton il Jonathan Skofič Invitational Sevens. I quattro fratelli maggiori giocano tutti insieme. Frankie, che tra tutti è forse quello con più margini, deve stare ancora a guardare. Troppo piccolo.  Nel 2013 si superano, fanno un grande campionato e portano a casa la North Lancashire Division One, l’ottava serie inglese, poi organizzano la seconda edizione del torneo: stavolta scendono in campo tutti e cinque, tutti nella stessa squadra. Mamma Pat si commuove, il resto del pubblico applaude.

Già finisse qui non sarebbe male.

Sarebbe una di quelle storie da libro Cuore che ogni tanto scaldano nel buio che ogni tanto tende a circondarci. Aspettate però, perché i fratelli Skofič non hanno ancora deciso di lasciare in pace lo spirito ovale di papà.

Sarebbe bello rappresentare la propria Nazionale, dicono.

Tutti e 5 insieme. Sai che roba?

Sì, ma chi ci arriva alla nazionale inglese?

No, troppa concorrenza per chi arriva dal mondo del dilettantismo. Ma si mettono in moto: ci sarebbe la possibilità di giocare da subito con Cipro, che fa parte del Commonwealth e non prevede la necessità di equiparazioni o naturalizzazioni. Sarebbero anche una discreta squadra, arriveranno a più di venti vittorie consecutive in giro per l’Europa, ma poi non se ne fa nulla.

Anche perché, nel frattempo, la palla decide di rimbalzare più a nord, a nord dei Balcani. A Šentilj, per la precisione, non distante dal confine tra Austria e Slovenia, paesotto in cui qualche soldato nazista aveva preso in consegna il giovane Alois Skofič.

Che ha pur sempre il copyright del 25% del sangue dei 5 fratelli.

E allora la nazionale slovena può fare al caso loro, fin da subito.

È Max ad occuparsi dei rapporti tra le due parti, che giorno dopo giorno si avvicinano sempre di più. Si presentano nei dintorni di Lubiana per uno stage di allenamenti. E qui entra in scena Emmanuel Meyer, classe 1979, ex terza linea visto anche a Verona, cognome sudafricano e passaporto uruguaiano.

Va detto: con un mix di nazionalità del genere uno così, in questa storia, calza a pennello. Sembra fatto apposta.

Nel febbraio 2014 diventa il nuovo commissario tecnico della nazionale slovena di rugby, che nel ranking mondiale è oltre l’ottantesima posizione ed è composta perlopiù da giocatori del campionato locale. Non troppi, a dir la verità, e quasi tutti accalappiati nel loro giorno di riposo. A Meyer qualcuno parla degli Skofič, lui non ci pensa due volte e li convoca per il match di aprile contro la nazionale bulgara. E quando mai gli ricapitano cinque rugbisti già fatti e rifiniti da quelle parti? Cinque, già pronti, giusto il tempo di far sfogare qualche burocrate (e nemmeno così tanto)? Non è sulla carta un match impossibile da portare a casa, i bulgari non sono male in mischia, ma sono palesemente di una cilindrata inferiore. Un semplice paragone: una eventuale selezione di giocatori della nostra serie B, con un paio di fuoriquota, passeggerebbe. Meyer, dopo averli visti in allenamento, li convoca tutti e ne spedisce due in panchina, Jack e Max, gli altri tutti titolari: Frankie primo centro, George ala e Archie terza ala.

Il Park Šiška è più affollato del solito. C’è il sole, nella primavera slovena. Ci sono gli inni, poi si comincia. I bulgari vanno avanti 7 a 5, poi dopo 25 minuti deve entrare Max per un infortunio. La partita cambia: il nuovo entrato ha un passo che le terze linee di questo livello non hanno, si fa subito 30 metri di corsa rompendo placcaggi. Si vede che gli Skofič  hanno una bella impronta di Seven nei loro ingranaggi. Gli sloveni cambiano rapporto, i bulgari devono soccombere quando George riceve una palla al largo e poi converge. La seconda linea di difesa non c’è, è la meta del sorpasso. Passano 4 minuti ed è Archie a trovare il buco sugli sviluppi di una touche. Lo ferma l’estremo in pieni 22, ma la palla è già in mano a Max, meta in mezzo ai pali. Il livello non è altissimo, più passano i minuti e più fioccano i passaggi sballati, gli in avanti e i calci sbananati, ma la partita è viva. A cavallo dei due tempi i bulgari segnano due mete e si riportano a due punti. La Slovenia un po’ si affloscia, perde anche l’apertura Burnik, i calci diventano responsabilità di Frankie, fino a quel momento a dir la verità non irreprensibile, né alla mano e né al piede. Sul 19 a 17, però, i bulgari improvvisamente finiscono la benzina e spariscono dal campo. Max segna un’altra meta tagliando a fette i bulgari, poi è il numero 9 Radelj-Šemrov a schiacciare in bandierina. Gli ospiti ci provano con le ultime energie, ma su una palla persa fuori dai 22 sloveni si lancia come un falco Frankie che, braccato da due difensori, serve Max. Corre, schiaccia e si porta a casa il pallone del match, poi Frankie trasforma, è 38 a 17, partita in ghiaccio.  I bulgari sono distanti, gliel’hanno data su. Le casse gracchiano per un po’, il Park Šiška, uno degli stadi di Lubiana, si scuote. Una voce si fa largo dall’impianto, poche parole. Un nome ed un cognome, Jack Skofič. Il tempo di capire, poi il pubblico applaude. Esce Troppan, entra Jack, il quinto fratello, quello più vecchio, dall’alto dei suoi 28 anni. Gli applausi non smettono, anche da parte di chi non ha molta dimestichezza con la palla ovale. Anche da parte di chi lo sloveno non lo mastica granché, come mamma Pat, in tribuna con la piccola Violet, nata un mese dopo il placcaggio più doloroso subito da papà Jonathan. Arriverà un’altra meta slovena per il 43 a 17, ma tutto questo conta solo per il foglio gara, per le statistiche. E per l’albo del Guinness dei primati, che aggiorna la classifica e inserisce questo cognome mitteleuropeo che sa di fughe dalla terra natia, di sudore e di Lancashire. Che sa tanto di rugby sloveno, cosa forse ancora per quelli che hanno una passionaccia malata per questo sport, forse nemmeno per tutti questi ultimi. Sport a queste latitudini ancora troppo lontano dal gotha per poter lasciare il segno nell’ovale che conta, ma che in un giorno di primavera del 2014 è riuscito a raccontare una storia che sembra uscita apposta per strappare qualche lacrima.

Di gioia, di commozione, di cordoglio.

Di rugby.

Fate un po’ voi.

 

 

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