L’arte della fuga non è per tutti. No, non può esserlo.

I primi a cadere nella trappola sono quelli che corrono meno, quelli ancora persuasi dall’idea che l’adattamento ad una situazione sia solo una barzelletta da raccontare a scuola. L’arte di muovere le gambe, di farle roteare, girare, frenare e ripartire non la impari a scuola. Lì semmai la alleni, impari a conviverci. Ma devi già esserne in possesso. Correre, volare, muoversi, fuggire sono cose che devi avere nel passaporto sin dal tuo primo giro di lancetta su questo pianeta. Che tu venga da Padova, dall’Africa Equatoriale o dalla vecchia San Pietroburgo, che tu sia nato nel 2017 o nel 1916, che tu ti chiami Mario Rossi o che tu prenda il cognome da uno dei più sacri fiumi russi, l’Obolensk e il DNA nobile da una guardia a cavallo dei tempi dello Zar.

Già, perché se ti chiami Alexander Obolensky ed hai un anno quando scoppia la Rivoluzione d’Ottobre, beh, devi sperare che qualcuno ti porti via da quelle latitudini e ti faccia respirare cieli più sicuri. Papà Sergej e mamma Luba optano per l’Inghilterra, a Muswell Hill, periferia nord di Londra. La famiglia è scossa, fuori dal suo contesto sovietico, ma finanziariamente non ha molto a che fare coi personaggi di Charles Dickens, quindi il giovane Alexander può tranquillamente progettarsi un futuro di un certo livello. Va a studiare al Trent College, dove dimostra di essere un ottimo studente ma un ancor più ottimo viveur: il ragazzo conosce bene i rudimenti dello champagne e delle ostriche, non disprezza le compagnie femminili, sa parlare discretamente in pubblico.

Nel frattempo, tra le altre cose, decide di aprire la sua parentesi sportiva.

Rugby, soprattutto.

Al college i suoi allenatori si sono resi conto che quel biondino di sangue nobile ha delle gambe che da quelle parti non hanno visto molto spesso. E non è solo questione di velocità di base: il ragazzo è armonico in ogni suo movimento, non spreca energia cinetica in gesti inutili. Corre mettendo su quei pistoni una energia piena, ma allo stesso tempo elegante. Se non fosse stata necessaria la fuga del 1917 forse ora staremmo parlando di una stella di prima grandezza del Bolshoi, o di un noto modello per scultori e scalpellini.

Il Bernini uno così lo avrebbe preso, gli avrebbe dato una fionda in mano e gli avrebbe detto “Ora non ti muovere, David”. Se ne rendono conto anche a Leicester.

Quelli che un giorno diventeranno i Tigers lo vogliono a tutti i costi e lo otterranno nel 1934, a soli 18 anni. Lo mettono subito in prima squadra, rendendosi subito conto che un diciottenne con quella padronanza vitruviana non l’avevano mai avuto nel portafoglio. Quando nella terra del Bardo si viene a sapere della presenza di un fenomeno del genere la Federazione vuole vederci chiaro. Sai mai, uno così con una rosa sul petto non dovrebbe star proprio male.

Eh si, ma il problema è il passaporto.

Mica è nato a Newcastle, il ragazzo.

Già, equiparazioni e naturalizzazioni negli anni ’30 non sono ancora lontanamente state concepite. L’inghippo però lo risolve lo stesso Alexander, cominciando l’iter per diventare un cittadino inglese. Nel gennaio del 1936 le pratiche non sono ancora concluse, la vicenda è al centro di qualche controversia, ma non è che Obo ci faccia molto caso. Nemmeno quando lo avvicina tale Edward, ragazzo appassionato di Inghilterra e anche di rugby. Non è che calcherà troppi campi rettangolari, questo Edward, o meglio, non è dato saperlo più di tanto, ma l’Inghilterra lo chiamerà a svolgere mansioni di una certa rilevanza con il nome di Edoardo VIII. Non durerà molto, il suo amore per Wallis Simpson sarà più forte di trono e Chiesa Anglicana, ma questa è un’altra storia. Edward alla vigilia del match vuole conoscere i giocatori, si ferma a parlare con loro. Poi incrocia Obolensky. “Con quale diritto lei giocherà per l’Inghilterra?”.

Vanno capiti, gli inglesi. Se hanno anche una sola mezza possibilità di farti capire che il loro pedigree è più pedigree del tuo, lo faranno.

Due o tre volte, per non sbagliare.

Obolensky lo guarda, fisso, senza alcun timore reverenziale. Poi esplode il colpo “Studio a Oxford, sir”.

Sir.

A un membro della Casa Reale. Not bad, really.

Già, il nostro nobiluomo è un blue, giocherà anche un paio di Varsity Match. Ma ciò che più conta, dare del sir ad un Windsor in odor di corona è una mossa alla Obolensky: dritta, senza fronzoli. Diretta come solo un’ala in certi campi, di periferia e non. Edward se ne va, coda tra le gambe.

Ora sì che può pensare alla Nazionale e ai piani alti di Twickenham non vedono francamente l’ora, visto che da quelle parti il 4 gennaio arriveranno gli All Blacks. Lo mettono subito titolare, numero 14. Il numero ve lo diciamo perché, quel giorno, per molti minuti gli avversari  quella sarà l’unica cosa visibile dell’ala inglese, per avversari e spettatori. Dopo pochi minuti riceve palla al largo dal secondo centro Gerrard e accende i motori. Disegna una curva da duecentista consumato e si ferma solamente al di là della linea di meta. Non ci sono molti filmati dell’epoca, alcuni li raccoglie British Pathé, filiale francese di una delle più grosse società cinematografiche d’Europa. Obolensky sembra non andare mai a tutta, eppure quegli avversari seminati per strada sono i più forti che potesse incontrare. Per vedere una meta del genere, un corsa così e una serie di avversari infilzati da quella velocità, gli inglesi dovranno aspettare il 2010, anno in cui Chris Ashton si inventa uno sprint di 100 metri per stroncare definitivamente i Wallabies.

Sì, ok, ma volete mettere la grazia del volo di quel biondino in bianco e nero?

Più tardi Obolensky ne segna un’altra, forse ancora più bella. Riceve un passaggio molto rivedibile da Cranmer poco fuori dai 22 neozelandesi. Deve partire praticamente da fermo. Batte i piedi per terra, due volte, poi riparte verso sinistra. Trova una diagonale che coglie nel sonno tutti, avversari e non, portandolo a marcare una meta che fa praticamente venir giù tutto.

E chi l’ha mai visto, nel 1936, un movimento del genere?

Da dove è uscito questo? Ma chi è?

Sta di fatto che per la prima volta nella Storia gli inglesi battono gli All Blacks grazie alle prodezze di un ventenne imberbe dalle gambe che sono praticamente due oggetti volanti non identificati. Non convincerà più molto i dirigenti inglesi, la sua avventura con la Nazionale dura solamente 4 caps, nonostante in un tour estivo in Sudamerica segni 17 mete alla Nazionale brasiliana in un 82 a 0 che, se fosse tradotto coi punteggi di oggi, sarebbe con agio il più grosso disastro sportivo della storia brasiliana. Non solo ovale.

Sembra che nell’orizzonte del rugby inglese stia per apparire Hal Sever, già titolare col numero 11 contro i neozelandesi. Più forte, dicono. Tutta da vedere. Di sicuro più costante,più committed, visto che al buon Sever non è mai venuto in mente di mangiarsi una dozzina di ostriche prima di un match.

A Leicester invece se lo tengono stretto, almeno fino al 1939, quando Obolensky lascia tutto e si dichiara arruolabile. Non è un bel periodo per entrare nell’esercito, ma il biondo ha fatto la sua scelta. Viene destinato alla RAF, l’aeronautica inglese. Sembra una barzelletta, l’ala che fece impazzire gli inglesi e Twickenham a bordo di un aereo militare. Nel frattempo Hitler ha già invaso la Polonia e l’orrore di una guerra che doveva essere un blitz è già perpetrato in gran parte del continente europeo. Alla RAF viene detto di procedere con addestramenti su addestramenti, si teme che la Luftwaffe possa e voglia far fuoco da un momento all’altro.

Obolensky sale sul suo Hurricane L1946 e prende il volo.

Si trova bene nell’aria, nel movimento.

L’arte di muovere le gambe, le ruote, di farle roteare, girare, frenare e ripartire non la impari a scuola.

Correre, volare, muoversi, fuggire sono cose che devi avere nel passaporto sin dal tuo primo giro di lancetta su questo pianeta. Come quella volta che si scappò da un Impero giunto all’ultimo battito del suo anacronistico cuore. Come quando quei famosi All Blacks provarono pure a mettersi in scia, ma non riuscivano proprio a starci dietro.

Come quando l’Hurricane L1946 decise che quella pista d’atterraggio non era un limite invalicabile.

Oboloensky l’aveva detto più volte, il suo problema non era volare. No, non era quello. Temeva l’atterraggio, il contatto col terreno, il tornare a sgomitare con quelli “normali”.

L’aereo sentì di sicuro quella paura, ma non poté fare molto per accontentarlo.

Finì la sua corsa in un dirupo, avversario che si rivelò più tosto dei rivoluzionari russi e di una quindicina di All Blacks.

Obolensky fu trovato esanime, l’osso del collo rotto.

Aveva appena compiuto ventiquattro anni.

Età ottima per volare, molto meno per atterrare rovinosamente.

Che tu venga da Padova, dall’Africa Equatoriale o dalla vecchia San Pietroburgo, che tu sia nato nel 2017 o nel 1916, che tu ti chiami Mario Rossi o che tu prenda il cognome da uno dei più sacri fiumi russi e il DNA nobile da una guardia a cavallo dei tempi dello Zar.

Chissà se hanno le ostriche, fuori dai campi di rugby dell’aldilà.