Avere trent’anni

Avere trent’anni è difficile. Le responsabilità prendono sempre di più il posto di giustificazioni quali “eh ma son ragazzi”, “Eh ma si farà” e altre simili. Sì, certo, converrete con me che non si è poi così diversi da qualche mese fa, ma quel numero fa sempre un certo effetto. È difficile sempre, ma se sei uno sportivo quel traguardo non è per nulla simpatico. Se non li hai trattati bene, i tuoi muscoli cominciano a presentarti il conto. E con loro legamenti e ossa. Cominci a pentirti di tutte le volte in cui hai guardato allo stretching come se si guardasse a un bidone dell’umido lasciato macerare al sole di luglio. Non è più questione di dove si arriverà un giorno, è questione di vedere il traguardo lì in fondo e non sapere cosa succederà poi.

Se a trent’anni, però, vi rendete conto che molte cose che volevi dire sono ancora lì nel cassetto, beh, fidatevi, è il caso di darsi una mossa. Soprattutto se da quando avete sei, sette anni bazzicate dalle parti di un campo da rugby. Soprattutto se, come nel mio caso, gli infortuni vi hanno già fatto lo sgambetto. Il fatto è che più passa il tempo e più è difficile darsi una mossa, ansia da prestazione e paura di sbagliare sono pessime compagne di viaggio, ve lo posso assicurare.

Prendete me, per esempio. Sono nato a Waipukurau, cittadina di quattromila abitanti nel distretto di Central Hawke’s Bay, costa orientale della Nuova Zelanda. Da quelle parti non mancano oceano, vino buono e tanto verde a disposizione. Comincio a giocare a rugby come tanti miei coetanei a sei, sette anni, mi diverto parecchio. Con gli anni comincio a capire che ho del talento e che due o tre soddisfazioni, tra pali, traverse e linee dei 22 metri, posso prendermele tranquillamente. Gioco nella squadra del mio distretto, gli Hawke’s Bay Magpies. Non siamo una brutta squadra, da noi c’è gente che farà un po’ di strada: Taumalolo, pilone tongano che in campo aperto corre come un centro; Zac Guildford, e credo non ci sia bisogno di presentazioni. E poi ci sono io, Mathew Berquist, professione mediano di apertura.

O centro. Oppure estremo.

Beh, mettetemi in campo e sono contento.

E fatemi calciare. Ho buone percentuali e vedo bene il campo. Nel 2009 arriviamo per la prima volta alle semifinali di quello che ora conoscete come Mitre 10 Cup, all’epoca chiamato Air New Zealand Cup. Ci arrendiamo solo di fronte a Canterbury, che ha uno squadrone e un blasone che noi ci sogniamo. Vengo premiato come miglior realizzatore del torneo. Sì, il 2009 deve essere il mio anno fortunato: faccio bene a casa mia e mi guadagno un contratto con gli Highlanders, franchigia del Super 14. Non è una grande annata ad Otago, ma vengo confermato anche per il 2010. Gioco poco, quello sì. Non quanto vorrei, almeno. Piazzare piazzo bene eh, ma parto tante volte dalla panchina pur senza grandi fenomeni davanti: ecco, Dan Bowden lo poteva essere, ma non ha mai espresso tutto il suo potenziale. Siate comprensivi: quand’ero bambino sognavo di diventare un All Blacks come tutti i miei coetanei, ci sta che voglia di più per me stesso. Però, da qualche parte dentro di me, ho come la netta sensazione che questo sia il mio limite massimo. Comincio a guardarmi intorno, spuntano un paio di proposte lontano da qui, ma entrambe svaniscono prima che finisca la stagione.

Intanto non facciamo meglio che dodicesimi, ma a fine stagione passo ai Crusaders.

Eh, con Dan Carter davanti, direte, si gioca ancora meno.

Teoricamente sì, ma il 2011 è l’anno della Coppa del Mondo. E allora cambia tutto. Dan viene lasciato a riposo in parecchie occasioni, una Coppa del Mondo per noi neozelandesi, dopo 24 anni di digiuno, vale più di una stagione. Finisce che gioco più di quanto abbia fatto agli Highlanders, molte volte parto da titolare. Faccio il mio, compagni e allenatore sono soddisfatti. Vi confesso, ho pensato molte volte che, dopo quei contratti volatilizzatisi nel nulla, quella fosse la mia grande occasione per strappare la convocazione al Mondiale. Poi, però, mi sono guardato intorno: Aaron Cruden e Henry Slade sono veramente forti, a meno che non mi metta a camminare sulle acque non avrò possibilità.

Poi, per la fase finale, Dan Carter riprende il suo posto. Il titolo finisce in Australia, a casa di Quade Cooper e compagnia.

Io, nel frattempo, ad aprile avevo già rimediato un contratto.

Leinster, Dublino, Irlanda. Verde come Hawke’s Bay.

Una delle migliori squadre d’Europa, con molti giocatori impegnati in Nazionale. L’occasione è ottima, ve lo assicuro. Il mediano di apertura titolare è Jonny Sexton, fortissimo, ma in sua assenza me la dovrei vedere con il giovane Ian Madigan, anche lui in rampa di lancio.

Debuttiamo in Galles, contro gli Ospreys, ma rimediamo un brutto 27 a 3.

Poi mi distruggo la rotula a fine settembre, stagione finita prima ancora che sia entrata nel vivo.

A fine anno non rinnovo e vado in Francia, a Biarritz. Rivedo l’oceano. La squadra non è male, ma anche qui le ginocchia non mi lasciano stare, a fine anno rescindo il contratto.

Avere trent’anni è difficile, io li ho compiuti l’undici di maggio. Le responsabilità prendono sempre di più il posto di giustificazioni quali “Eh ma son ragazzi”, “Eh ma si farà” e altre simili. È difficile sempre, ma se sei uno sportivo quel traguardo non è per nulla simpatico. A trent’anni, a meno che tu non sia un fenomeno conclamato, sei visto come il prossimo ad andarsene. Il prossimo a cedere il passo. Soprattutto se da mesi non garantisci più un livello fisico decente. A stagione ancora in corso mi cerca una squadra italiana, il Benetton Treviso. Stanno facendo una bella stagione nel Pro12, a fine stagione arriveranno settimi. Treviso è una bella cittadina, mi dicono, accogliente e a misura d’uomo. Ti troverai bene, mi dicono.  E poi, aggiungono, c’è il vino buono, come a casa tua. La squadra è discreta, cercava da tempo un giocatore con il tuo piede e la tua capacità di guidare i trequarti. Spero di essere all’altezza. Ci arrivo a stagione già iniziata, visto che nel frattempo sono diventato papà e ho voluto far nascere mia figlia nel posto in cui un giorno vorrei tornare, a Waipukurau. Abbiamo perso le prime due partite, ora arriva il Munster. Squadra irlandese, fortissima, piena di giocatori di talento.

Non è facile, ve l’assicuro, ripartire da zero o quasi. Non lo è soprattutto se è la terza, quarta volta che ripetete il procedimento. La mia rotula è a posto, la testa un po’ meno. Il rugby mi ha tolto uno splendore fisico che avrei voluto portare avanti ancora per qualche anno, ma mi ha dato la possibilità di guardare in faccia avversari tostissimi, pali che toccano il cielo e interminabili giornate disteso sul divano con un tutore a tenermi insieme una gamba. Mi ha fatto vedere che il mondo non è poi così sterminato, se il verde di Dublino, l’oceano di Biarritz e l’arte del vino di Treviso e dintorni mi hanno sempre trattato come fossi uno di casa. E mi ricorda che i trent’anni sono un placcaggio duro, ma col quale bisogna prima o poi fare i conti. Sta a noi farci trovar pronti o stesi a terra, riluttanti a rialzarsi.

Mi chiamo Mathew Berquist, ho trent’anni e ho deciso che da qui, da Treviso, ripartirò ancora.

Contro Munster, verso casa, verso me stesso, non lo so ancora.

Quel che è certo è che, a trent’anni, non ho ancora deciso di fermarmi.

Non davanti ad ansie da prestazione e a paura di sbagliare, almeno. Non davanti agli infortuni.

E nemmeno davanti ai trent’anni.

 

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