Cosa farebbe Lui al posto mio?

Perché son buoni tutti a montare una saldatrice con una moneta da 50 cents e una forcina per capelli.

Ma Lui cosa farebbe qua dentro? Non lo so, davvero.

D’altronde mica ha mai giocato a rugby, Lui.

Angus MacGyver una palla ovale l’ha vista solamente in tv, credo.

E molto probabilmente quello non era neppure rugby.

No, Lui non lo può sapere che succede qua dentro.

Lui può tutto, ma quando si spengono le telecamere mica ha a che fare con Richie McCaw e altri gaglioffi del genere.

E allora mi devo inventare qualcosa. Sì, ma cosa?

Qua le cose si stanno mettendo male: sono entrato e l’arbitro mi ha subito fischiato un fallo contro. I ragazzi avevano fatto segnare agli All Blacks solamente cinque punti in più di metà partita. Monumentali. Peccato solo il non essere stati troppo precisi al piede, ma meglio di così era difficile.

Poi arrivo io e questi pareggiano dalla piazzola. Questione di secondi e Cruden ha sezionato la porta.

Bella roba, Dean, bravo.

Mi chiamo Dean Greyling e di mestiere faccio il pilone. Lo faccio da una vita, e pure piuttosto bene: ho fatto tutta la trafila delle giovanili degli Springboks, ho scalato le gerarchie ai Bulls. Sono arrivato in vetta, ossia alla Nazionale Maggiore. Non senza qualche colpo gobbo della fortuna, visto che tra il 2011 e il 2012 un sacco di piloni sudafricani hanno arredato l’infermeria.

Ma se sono qui a giocare un Tri Nations, beh, non può essere solo fortuna. Il ct Heineke Meyer ha deciso di darmi una possibilità e mi ha fatto partire dalla panchina. È il mio terzo cap, non nascondo che un pensierino alla Coppa del Mondo del 2015 l’ho pure fatt. Avrò 29 anni, in quei giorni, l’inizio degli anni migliori per una prima linea. Entro al posto di Mtawarira, che ha giocato una signora partita. No, non è facile giocare come lui, io sono un pilone differente: lui più propositivo al largo, io sono più uomo da mischia, meno mobile. Ma non è questo il problema: sono teso, tesissimo.

Sento la partita in modo atroce.

Quasi mi vergogno di essere passato all’anagrafe qualche tempo fa. Decisi che Lui, Angus MacGyver, meritava di essere parte indissolubile della mia esistenza. Aggiunsi quel cognome ai miei dati, lo feci diventare il mio primo nome. MacGuyver Dean Greyling, pazienza se io e l’impiegato non ci siamo capiti con le vocali. Quel personaggio era pazzesco, penso lo avrete visto in azione pure voi: sconfiggeva i nemici usando il cervello e due o tre nozioni che se fossi stato attento nelle ore di scienze forse saprei applicare pure io.

Lucido, sempre e comunque, con la soluzione a portata di mano. Sì, avrei sempre voluto essere come lui.

Ma i telefilm americani non sono certo lo specchio della realtà, buoni e bellocci contro brutti e cattivi.

No, la vita reale è molto più sfumata. Un campo da rugby, poi…

Prendete Richie McCaw, per esempio: una leggenda di questo sport, una faccia che avrebbe potuto puntare a più di qualche ruolo di una certa rilevanza in certe serie televisive. Uno di quelli che, verso la fine della puntata, avrebbe potuto strappare con una certa facilità una convocazione per una cena galante con la biondona di turno. Tutto bene, certo, ma vi posso assicurare che nei meandri delle ruck è uno dei più efferati ribaldi che i raggruppamenti ovali abbiano mai conosciuto.

Lo sanno tutti, ma gli arbitri tante volte sembrano sorvolare.

O forse lui fa talmente bene il suo mestiere che non è nemmeno facile coglierlo in flagrante.

Prendete oggi, per esempio. È da un’ora che nei raggruppamenti fa quel che vuole.

E anche ‘sto giro è lì, laterale, a mettere le mani dove non dovrebbe.

Eh no, cazzo. È ora di finirla.

Cosa farebbe Lui al posto mio?

Perché son buoni tutti a montare una saldatrice con una moneta da 50 cents e una forcina per capelli.

Ma Lui cosa farebbe qua dentro? Non lo so.

D’altronde mica ha mai giocato a rugby, Lui.

Angus MacGyver una palla ovale l’ha vista solamente in tv, credo.

E molto probabilmente quello non era neppure rugby.

No, Lui non lo può sapere che succede qua dentro.

E allora faccio a modo mio.

Le buone sono già ampiamente saltate, si va con le cattive.

Gli pianto una gomitata in volto e gli piombo addosso.

MacGyver una roba del genere non l’avrebbe mai fatta, ne sono certo. L’ho fatta io, che di primo nome faccio MacGuyver. Imperfetto, con quella u di troppo, inutilmente pesante.

Non geniale, soprattutto.

Anche perché il guardalinee è perfettamente in linea.

Ha visto tutto, parlotta con l’arbitro. Poi chiamano me e il capitano.

Giallo, fuori dieci minuti.

No, Angus McGyver una cosa così non l’avrebbe mai fatta. Forse avrebbe trovato il modo per cogliere in fallo McCaw utilizzando solamente un elastico per capelli e un uovo, ma non credo ne avrò mai la controprova.

Nel dubbio, al mio rientro, faccio un altro fallo veniale e tolgo ai miei anche il punto di bonus difensivo. Già, perché agli All Blacks basta poco, pochissimo a volte, per riprendere per i capelli una partita nata male.

Dal punto di vista della giustizia sportiva mi andrà anche bene, solo due giornate di squalifica.

Ma con gli Springboks non giocherò mai più, mi sono bruciato il bonus.

Bazzicherò ancora tra Super Rugby e Currie Cup, poi mi prende l’Oyonnax, squadra francese che milita nel ProD2, la serie cadetta. Mi trovo bene, mi ritaglio i miei spazi.

Quando posso, anche in questo emisfero, guardo ancora qualche puntata di McGyver. Soprattutto da quando ho scoperto che la u, in certi frangenti del francese, non si pronuncia.

È come se non esistesse.

Vuoi vedere che riesco a convincerli che quella u è solo un vezzo?

Vuoi vedere che riuscirò finalmente a risolvere un po’ di problemi?

Devo solo capire come portare in campo una forcina per capelli, poi ci penserò io.

Forse.