Suonala ancora, Danny

Sapete, è difficile salire su un palco. Non ve lo dice chi scrive, che al massimo si è trovato dall’altra parte, laggiù ad aspettare. Di solito dietro all’unico personaggio che sfoggia un grosso ed ingombrante cappello, ma questa è un’altra storia. No, lo dicono i tanti che lassù hanno provato a fare qualcosa. È difficile, bisogna avere nervi d’acciaio e tensione giusta, da accordare come le corde di una chitarra. Se salta qualcosa, una corda, un tapping o altro, puoi salvarti col talento. E però non deve essere il massimo avere come massima aspirazione il sopravvivere con il talento, quando con questo, se opportunamente modellato, potresti diventare un fenomeno.

Trovarsi a rincorrere, nonostante tutto il bagaglio che ti porti dietro, non è mai il massimo.

Soprattutto se, dicono, su quel palco, con quell’orchestra, si sia esibito prima di te il migliore che si sia mai visto da quelle parti.

Dicono che lui, il migliore, l’abbia fatta girare come nessuno era mai riuscito prima.

Che come lui, come la sua capacità di valorizzare il lavoro di tutti, nessuno mai.

Ma proprio mai.

Acciacchi, infortuni, malattie subdole non l’hanno scalfito, nessuno rimuove dalla testa quel che ha combinato quel signore là sopra.

Nemmeno ora, momentaneamente assente, ma solamente in attesa di un erede.

Solamente, mica è una cosa da niente.

Si fa presto a dire erede, ma poi bisogna vedere quale notaio ti misura la febbre.

Da lì, dalla maglia numero 10 dell’Inghilterra, sono passati in tanti. Talenti inespressi, talenti che anche oggi sbocceranno domani, giocatori abili ma senza le stimmate giuste, signori in sovrappeso ma con il piede fatato.

Nessuno, però, ha retto fino in fondo.

Nessun notaio è mai sobbalzato sulla sesia.

L’orchestra, la Nazionale Inglese, è dura da gestire. Gioco antico, di quelli che hanno reso grande il già più che rispettato gioco del rugby, gioco per palati fini, tanta concretezza, poco e ben calibrato spazio alla fantasia. Quanto basta, per loro ne basta sempre poco. Non così, meno. Mischia pesante, fasi statiche asfissianti, scorribande furiose. Mai il bianco della purezza è sembrato così fuori luogo, così stonato, in certi giorni di palla ovale internazionale.

È difficile salire su un palco del genere. A Twickenham, poi. A gestire l’epilogo di un Sei Nazioni nato male e proseguito peggio, con la sola grande soddisfazione di aver espugnato Parigi. Sì, certo, si è vinto anche in Italia, ma con una prestazione veramente disastrosa. Talmente al di sotto degli standard, nonostante QUEL numero 10 segni 13 punti e tenga i suoi fuori portata per gli azzurri, da far perdere le staffe a microfoni aperti a Brian Moore, mitologico commentatore della BBC. Ce ne vuole eh, per far uscire dai gangheri così apertamente un giornalista inglese.

Loro, di solito, vanno di sarcasmo,di british humour, per utilizzare una formula abusata. Quel giorno Moore arrivò a due centimetri dalla mannaia.

L’ultimo spettacolo, se possibile, è stato ancora peggiore, visto che a Murrayfield non è girato proprio nulla.

E allora, sul palco, si manda il ragazzino.

Vent’anni, padre di Trinidad e Tobago con ascendenze italiane. Un fenomeno sui palchi di mezza Inghilterra, una velocità di pensiero e dei garretti spaventosi, tali da renderlo più veloce delle ali che di solito si diverte ad alimentare. alimenta. Ha iniziato col calcio, da ragazzino, e quel tocco pettinato gli è rimasto anche quando ha deciso di provare con quel pallone strano, schiacciato ai poli. Non è semplicemente un funambolo, no. Se da quelle parti si sono tenuti così stretto uno scapestrato ovale del genere, beh, qualcosa di buono in faretra lo deve pur avere. Anche perché è completamente ambidestro. Si tramanda ancora oggi la leggenda secondo cui dall’Italia qualcuno si fosse informato riguardo a una possibile naturalizzazione del ragazzo. Secondo gli inglesi, che si dice sghignazzino ancora, in qualche ufficio della Federazione Italiana c’è ancora qualcuno con la cornetta all’orecchio in attesa di risposta.

A dire la verità il ragazzino ha già debuttato con la bacchetta in mano. E, sempre per amore della verità, non è che avesse impressionato più di tanto. Troppo poco per incidere contro il Galles, un calcio contratto da Simon Picone a Roma con annessa meta e brividi finali così fuori contesto da far realmente indignare. La consacrazione avrebbe dovuto esserci a Murrayfield. Niente maglia numero 10, estremo, per assaporare l’ambiente. E invece niente, il ragazzino si fa beccare all’uscita di un night nella settimana che precede il match. Oh, i paparazzi se li sarà pure inventati Fellini, ma gli inglesi mica hanno mai perso tempo. Fuori per comportamento inappropriato. E allora, con la Calcutta Cup che resta ad Edimburgo e nessuna speranza residua di vincere il Sei Nazioni, il ragazzino dirige l’orchestra in quel di Twickenham.

Difficile salire su un palco del genere. Soprattutto se i tuoi non sono nella loro miglior stagione. È da un po’ di stagioni che non è più la stessa cosa, a dire la verità. Non è facile diventare come quel Maestro se quest’ultimo, oltre a valorizzare tutto il valorizzabile e certamente anche di più, era un grande esperto di maquillage. Come nascondeva lui certe ciofeche forse solo qualche truccatrice di Hollywood. La nave inglese è lontana parente dell’Esercito dei Papà, quello squadrone di filibustieri che andò a prendersi l’Australia. Oh, si parla pur sempre della squadra finalista della Coppa del Mondo conclusasi appena quattro mesi prima, ma il ricambio generazionale, il gap con gli uomini di Woodward, non è ancora stato colmato. Davanti c’è l’Irlanda, altra delusa del torneo. Giusto due punti in più, giusto una prestazione orgogliosa contro il Galles, ma poco più. Squadra vecchia, pochi talenti nuovi già in grado di reggere il confronto.

Uno di questi è Rob Kearney, ala di Leinster, già in meta nei primi minuti.

L’Inghilterra barcolla, anche perché O’Gara aggiunge trasformazione e un calcio, 10 a 0.

Va bene che il torneo ormai è andato, va bene che ci saranno tempi migliori, ma Twickenham merita spettacoli migliori. Gli inglesi a volte no, ma l’ex campo di cavoli è un palcoscenico da pestare come si deve. Il ragazzo, allora, finalmente a suo agio, mostra quel che sa fare: un paio di liberazioni chilometriche, un grubber delizioso a far girar la testa il triangolo allargato irlandese, un piazzato facile per accorciare le distanze. Certo, facile, i pali sono lì, ma in templi come quello lì le porte a volte si restringono come per magia. L’Inghilterra a poco a poco risale, anche perché il piede del numero 10 la fa giocare sistematicamente 40 metri più avanti. È asfittico il modo di giocare del XV della Rosa, farraginoso, compassato come certi camerieri da ristorante, inappuntabili ma inamidati come le mitologiche tovaglie bianche che adornano il loro caveau. Il pargolo ha il merito mica da ridere di renderlo letale, lo innesca dall’Equatore anziché da Capo Nord, tanto da rendere pericolosi illustri carneadi come Michael Lipman e Lesley Vainikolo, mai realmente dei fenomeni in anni di pur onorata carriera. Paul Sackey, suo compagno ai London Wasps, pareggia il conto delle mete, il numero 10 pareggia e sorpassa con un altro calcio. L’Irlanda non ha mezzi per poter sovrastare una prestazione del genere, e sì che nella sua stanza dei bottoni ci sono Ronan O’Gara e Eoin Reddan, che altri non è che il mediano di mischia dei Wasps, e quindi l’altra metà della mela del numero 10 inglese. No, niente da fare. L’Inghilterra dilaga, segnano anche Tait e Noon, che sarà l’uomo del match.

Poi Jonny Wilkinson si alza dalla panchina.

Perché Jonny, il Maestro, c’è.

Ma entra da primo centro, quel ragazzino lì sta facendo troppo bene. Fa la chitarra ritmica, che è pur sempre un mestiere difficile da portare avanti.

Il ragazzino, intanto, termina la sua prova con 18 punti, quattro piazzati e tre trasformazioni, sette su sette al piede e una conduzione del gioco da fenomeno. A più di qualcuno viene in mente il figlio di un greco-cipriota che sale sul palco di Wembley, una decina di miglia più in là, una quindicina di anni più in là, e canta “Somebody to love” come se l’avesse scritta lui e non quel fenomeno proveniente dall’isola di Zanzibar morto qualche mese prima. La sensazione è quella, tra un calcetto e un grubber, tra una corsa e un calcio tra i pali, nonostante sir Jonny sia vivo e vegeto e non abbia ancora compiuto 30 anni. La sensazione è che quel Danny Cipriani sia il nuovo 10 di cui l’Inghilterra non potrà fare a meno negli anni futuri: un talento della madonna, due piedi fatati, pure belloccio. E pure dotato di una parlata senza freni, come testimonia quel “fucking”, non propriamente il più shakespeariano dei rafforzativi, preso in pieno dal microfono della BBC in una intervista a fine partita. Un vero cult hero, così diverso da tanti altri giocatori parchi di parole o quantomeno non a proprio agio, intimiditi davanti ad un microfono.

Sembra la fine della stagione in cui uno starnuto di Wilkinson allarmava i piani alti della Federazione.

Non sarà così.

Il ragazzo si sbriciola una caviglia a maggio, ma è pronto per i test di novembre contro il meglio dell’emisfero sud. Solo che infila un tristissimo novembre ovale: maramaldeggia sì contro i Pacific Islanders, ma Australia e Sudafrica sono due macchie scure sul suo curriculum, con tanto di intercetto di Ruan Pienaar su suo calcio di liberazione. L’ultimo match, quello contro gli All Blacks, lo vivrà dalla panchina. Da lì in poi, in Nazionale, poco. Pochissimo. Anche perché se davanti ad un microfono il ragazzo tende più ai fratelli Gallagher che ad Al Bowlly, fuori dal campo non può essere propriamente un monaco di clausura. Distrugge macchine, si fa ritirare la patente, esce con modelle mozzafiato e si fa beccare ancora all’uscita di qualche night. Nel 2011 se ne va in Australia, lo chiamano i neonati Rebels. Il suo contributo lo dà, ma dopo la prima partita vinta (in cui infila 18 punti) si fa beccare con una bottiglia non pagata in mano e la franchigia gli trattiene lo stipendio. Martin Johnson gli farà pagare l’avventura nell’altro emisfero non considerandolo per la Coppa del Mondo, preferendogli Toby Flood come secondo mediano d’apertura. Non stiamo mica parlando di un brocco eh, Flood è un signor numero dieci. Cipriani ha Madre Natura che ancora bazzica per casa sua, ma almeno il giocatore di Leicester la sera rimane in albergo a dormire. Nel 2012 tornerà in Inghilterra, sponda Sale Sharks, dove con un paio di discrete stagioni ritrova la Rosa sul petto.

Segna pure una meta all’Italia, ma Ford e Farrell hanno già cominciato a fare i fenomeni.

Troppo tardi per risalire sul palco.

È difficile stare lassù, bisogna avere nervi d’acciaio e tensione giusta, da accordare come le corde di una chitarra. Se salta qualcosa, una corda, un tapping o altro, puoi salvarti col talento E però non deve essere il massimo avere come massima aspirazione il sopravvivere con il talento, quando con questo, se opportunamente modellato, potresti diventare un fenomeno.

 

Chissà se, nelle vite che ha vissuto in questi dieci anni, il buon Cipriani ha mai ricordato cosa fece su quel palco, quando tutto andava bene e i vent’anni non mettevano pressione come una vecchia e grintosa terza linea.

Nel dubbio, da un paio di stagioni, è tornato ai Wasps, da dove iniziò tutto.

Diverte e si diverte.

Qualcuno, per la precisione un tizio con gli occhi a mandorla e l’accento più incomprensibile del Commonwealth, gli ha detto che per il prossimo tour estivo ha tenuto da parte una bacchetta. Non si sa per quanti minuti, non si sa se e quale spartito dovrà seguire. Se mai lo seguirà. Si sa solo che più di qualcuno ha voglia di vedere che fine ha fatto il primo ragazzino che, una decina di anni fa, seppe far suonare la ritmica a sir Jonny Wilkinson. Che è pur sempre un mestiere difficile. Quello scapestrato che in piena diretta BBC scarmigliò lo chignon di molte signore, allo stadio e non, dopo aver fatto grandi degli illustri portatori d’acqua. Quel Cipriani che, a 31 anni, magari non sfascerà chitarre né limonerà fans come se non ci fosse un domani, ma che di sicuro farà vedere ai ventenni di oggi che lui, su quei palchi, c’è già stato.

Biglietto in prima fila, grazie. Siamo qui per Danny.

Suonala ancora, please.

 

 

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