Eccoci qua, ad analizzare l’ennesima sconfitta dell’Italia. Mi sono preso del tempo per ragionare e capire meglio la situazione della squadra, della federazione, del movimento e pure lo stato d’animo dei tifosi.

La soluzione al termine di questa analisi è quella di una barca che fa acqua da tutte le parti, con l’equipaggio che si accusa l’un l’altro per scrollarsi di dosso ogni responsabilità.

Il match, che ha visto la Francia superarci 50 a 10 si riassume analizzando la terza meta francese: Varney sbaglia un passaggio, un francese calcia il pallone alzando un campanile. Trulla lo rincorre, preoccupato, come se stesse sentendo una enorme pressione in quel momento. Dietro, invece, due francesi vogliosi di recuperare quel pallone. E Poi? Poi la prendono loro. E i sostegni direte voi? I sostegni ci sono, ma sono solo maglie blu francesi. I nostri stanno a guardare, corricchiando.

Meta.

Alla fine sono 50, tanti, pesanti. E giù a prendersela con Gavazzi, le accademie, il sistema, addirittura c’è chi vuole lo scalpo di Smith.

Personalmente credo che ognuno dovrebbe vedere in casa propria e fare le proprie considerazioni.

Partiamo dai ragazzi: ok la giovinezza e la poca esperienza, a tutti sarebbe piaciuta una partita più aggressiva (un po’ come avevamo fatto in autunno con la Scozia). La cosa che più colpisce è come alla strategia preparata sembra mancare, salvo eccezioni, una scelta tattica adeguata. Andare fuori gli schemi nelle diverse situazioni di gioco (vedi l’assenza di sostegni nelle rare occasioni in cui siamo stati in grado di superare la prima linea di difesa avversaria o la scelta delle chiamate in touche nei 22 avversari).  Errori di piazzamento, così come quelli individuali in attacco o in difesa, dipendono, a mio avviso, dalla difficoltà di gestire per 80 minuti un ritmo così elevato e la pressione difensiva francese. Sono cose che non si risolvono in una settimana.

Certo direte: ma i ragazzi sono professionisti, vengono dalle franchigie, dalle accademie: è il sistema che non funziona!

Sicuramente anche qui c’è qualcosa da cambiare. Impensabile che l’Accademia giochi nel campionato di serie A, mentre altrove i giovani fanno parte di una filiera ben più organizzata e ispirata all’alto livello. I nostri giovani prospetti devono confrontarsi da subito con realtà più importanti: TOP 10 e PRO14. Non sono pronti per farlo? E come saranno poi pronti, pochi anni dopo, ad affrontare sfide come quelle di Sabato? Allenarsi e giocare a livelli più alti aiuta a crescere di più rispetto alla partecipazione a un campionato di livello inferiore.

E ora passiamo ai club.

Bistrattati, poveri, in mezzo a mille problemi. Vero.

Ma quanto viene fatto per cambiare questa tendenza? Quanti club propongono un’offerta destinata alla formazione di giocatori per l’alto livello? Quanti hanno tecnici preparati che lavorano nella crescita a lungo termine dei ragazzi? Perché vedo tanta approssimazione nell’organizzazione societaria e tanti tecnici che pensano a vincere inutili partite, rivolgendo l’attenzione solo al risultato domenicale. Ecco: se avete un tecnico che si vanta di aver vinto un torneo (anche fosse il Topolino) o un raggruppamento, forse non siete sulla strada giusta.

O se il vostro staff è composto da tecnici non preparati nel minirugby perché “quelli bravi” allenano i grandi, avrete ragazzi poco preparati ad affrontare il rugby vero e mai pronti per l’alto livello.

Cominciamo allora a migliorare il lavoro sul campo, a capire che per creare professionisti ci vogliono club che lavorano in maniera professionale (e per fortuna ce ne sono in Italia).

Per fare tutto questo, ovviamente, ci vogliono risorse, preparazione, investimenti, anche solo per colmare il gap che c’è tra un bambino di sei anni francese o inglese che entra per la prima volta su un campo da rugby rispetto a un bambino italiano. Ed è su questo che la federazione deve intervenire: capendo che se la nazionale è la vetrina del movimento, lo splendore della stessa dipende dalla qualità dei giocatori, dal numero delle vittorie, dall’interesse che crea nel pubblico. Tutte cose che dipendono da come i club hanno lavorato per garantire una filiera di qualità.

E ora, amici tifosi, mi rivolgo a voi. Lo so che siete, anzi siamo, stanchi di perdere.

Ma questi siamo ora.

E l’unico modo che abbiamo di vincere oggi è naturalizzare i naturalizzabili forti. Altrimenti ci vuole ancora tanta pazienza, perché Roma non si costruisce in un giorno e per farlo ci vuole il sostegno di tutti.

Valerio Amodeo